Nasce a Roma. Laureato in lettere moderne.
Professore, drammaturgo, apprendista scrittore.
Almeno questo dicono di lui.
Il tutto è accaduto (se è accaduto) a sua insaputa. Utopsia (Di Salvo editore, 2008) è stata la sua prima fatica letteraria completa. “Alì Babà e i quaranta ladroni” , suo racconto visionario e ai limiti del demenziale, è presente nella raccolta “E Morirono tutti felici e contenti” (Neo Edizioni,2008).
Una moltitudine di racconti compare indisturbata su antologie e riviste. Patagonìa (collana BrainGnu, Prospettiva, 2009) è il suo primo romanzo.
Teatralmente ne ha combinate tante. Talmente tante che adesso non ha alcuna fantasia di elencarle. La sua indolenza è patologica.
Provare ad introdurre un pensiero, una riflessione, una supposizione, su una storia come questa che assapora di rassegnazione, omertà di sentimenti, illusione spogliata dalla crudeltà della vita che si arrampica sulle abitudini, è pressoché destabilizzante, quanto l’inettitudine della rassegnazione.
Forse potrei partire da qui: dalla rassegnazione che vince sull’agire, dall’illusione inscatolata nei desideri taciuti per tutta una vita all’altro, che è sprofondato senza mai accorgersene, sul suo divano impolverato dal tempo.
Dario Falconi mette a servizio il suo talento di burattinaio della parola, conducendo la sua danza letteraria in una spirale di vita che viene risucchiata dal suo stesso moto; un movimento che non fa rumore, perché non cambia mai,anzi, al contrario, scompare, come la personalità di ogni individuo quando lascia il posto ad un ruolo imbalsamato, alla sentenza spietata: la solitudine come patologia. Patagonìa. Agonìa. Mirabile è il tessuto prezioso della sua scrittura, che non è solo estetica, strumento ineguagliabile di gioco e stordimento, di aggettivazioni, e sostantivi sentiti, scelti e cercati mai a caso, mai a suono, e capriole di sconcerto sintattico, mescolato alla sapienza dell’intendere il racconto come una impalcatura che presto o poi crollerà nella sconfitta umana più cruda. La difficoltà di comunicare, di scoprirsi, di svelarsi, di ri-velarsi ancora, del proprio io. L’incomunicabilità. Certo, è stridulo l’effetto che fa il comparare l’esercizio linguistico ad una storia rubata da uno dei tanti squallidi articoli di cronaca, scelta quasi a caso nel bollente calderone dell’informazione, là dove la disperazione comune diviene prima pagina, in grassetto, davanti e prima di qualsiasi editoriale famoso o reportage di massa. La forma grottesca, esasperata dallo sfinimento umano, dalla ripetizione – metafora costante che prende veste in abitudine, retorica, e stereotipizzazione di un amore – crea un teatro dell’assurdo che risponde a vita vera, che esiste, e che si ripropone come lo stesso film mandato in loop senza cessione. La storia si ripete, l’angoscia è la medesima, la resa è l’anticamera della violenza. Ed è proprio quando lo scrittore non si arrende alla sentenza scontata: lei che lentamente scompare alla sua storia, a quel marito che non la vede più, all’illusione di ricominciare, alla nostalgia del tempo, ma prima di ogni cosa, all’ipocrisia di scampare a se stessi; che questo suo stile arguto, complesso (che necessita di un’attenzione assoluta. La pretende), saltando a piè pari grappoli di parafrasi d’autore, funziona e arriva, attraverso la trama nascosta nella forma, al nostro immaginario nitido, come la scena di un servizio del tg regionale, divenendo prepotente, arrogante, violentemente vera e sentita. E’ certo che nell’esasperazione Dario riesce a rendere fin troppo credibile una pièce di rapporto, di relazione umana e amorosa, che troppo spesso ha in sè gli stessi tempi, gli stessi tumulti, la stessa ribellione che non si libera mai, che si accosta al fiume di venticinque anni di matrimonio come una malattia incubata e mai curata, che prima o poi diventerà terrore e dolore e tragedia. C’è un limbo, un limine sottile, in cui Falconi fa spazio al compatire, il patire con. La crepa crea un ponte tra il volere del narrante e la monotonia di accadimenti che non accadono. Tutto allora, non è soltanto rumore della parola, agrumi del suo contrario, ma metafisica letteraria della realtà.
Provo tenerezza per Dario, quando lascia intravvedere il suo umano uomo – quasi a supplire quella figura così gretta e sporca di Rosario che egoisticamente, rimanendo figlio, non si fa domande, e non ne vuol sentire di altre – e tenta, paternamente narrante, di custodire Rosa, lasciandola sfogare di tutta quella cesta di repressioni, panni sporchi dimenticati in un angolo, che nessuno ha mai trovato, e che l’autore vorrebbe sollevare e mettere in centrifuga. E’una tenerezza struggente, che si fa ruolo al posto del ruolo che c’è già, che mi fa capire la volontà della nostra generazione di aver capito, di volere cambiare, di voler parlare, di voler ascoltare, e che no, mai la abbandonerà nella cucina a fare i piatti ed asciugare stoviglie, e si che sarà sempre capace di carezze, quelle dell’animo, quelle del dentro. Sì che la vedrà sempre bella, sempre uno “schianto” e no… che non schianteranno. Semmai cadranno assieme, insieme, per tutta la vita. Utopia, coda del suo primo Utopsia. Sì, perché la storia va avanti, e il finale è già accaduto, è già scritto. E l’angoscia si pietrifica in un unico atto di omicidio-suicidio, scontato quasi quanto il quotidiano. Vorrebbe forse salvare i sensi di colpa che Rosario ignora, ma la storia, quella comune, è fatta di malumori, di svilimenti, di mortificazione, di monotonia. Rosa è scomparsa. Rosa è assente prima di tutto a se stessa. Rosa è invisibile. Prima di tutto ai suoi occhi. Rosa è la stessa donna di sempre, che si concede all’altro senza lasciare niente a se stessa, sperando ad ogni angolo di essere salvata da quell’uomo che nel non esserci c’è sempre stato. Presenza di un ricordo che non tornerà più. Ossessione, tumulto di sentimenti primitivi, che si consumano come un orgasmo notturno. Non tornerà più. Nulla tornerà come prima. E’ solo Rosa che aspetta, e mentre aspetta di vivere, non vive mai. Non ha mai vissuto. Aspetta di essere raccolta da quella nostalgia d’amore. Amore che nell’assenza è riuscito a distruggere e divorare la magia di un sogno. L’incomunicabilità è una bestia affamata. E il terremoto che si porta dentro prima o poi farà crollare tutto, pure la dignità.
E’ crudele lo struggimento che ti consegna, questa storia, perché non vi è nessuno che ha vinto, o conquistato. Non c’è libertà né nell’ottuso uomo, né tantomeno in questa donna passiva. Forse, senza rendersene conto, Dario ha messo in scena la Pena. Rosa coi suoi pensieri e turbamenti non voleva arrendersi, ma tutto il suo mondo, i suoi desideri, le sue moltiplicazioni se l’è vissute nella testa, ingabbiate alla resa del ruolo di “Madre-stufa”, e i pensieri di lui, “Uomo-poltrona”, non sono mai esplicitati, se non nella pena della sua piccolezza. Forse la via d’uscita poteva essere questo viaggio in Patagonia. Forse, i figli, citati solo all’ultimo, come l’ultimo risultato di una somma, potevano essere la via d’uscita. Forse. La verità, forse, è che noi siamo la nostra via d’uscita. Noi stessi, la nostra via di fuga. Da dove poi? Sì, dalla rassegnazione. Se solo si potesse dire. Dario l’ha fatto, superbamente, con denigrata sofferenza, abile e perverso nello gestire la trama, che prima di tutto sente, e lo scuote e lo commuove. Tutto ciò arriva diritto a noi, investe come un treno d’alta velocità. Magari non rispettando la naturale evoluzione narrativa, probabilmente ancora non definita perché Falconi è in ricerca, l’autore si apre un varco alle sue possibilità di scelta creativa, che in Patagonìa lasciano intravvedere doti e potenzialità di scrittura singolari, ai margini di un visionario surrealismo - la parola che violenta la forma e la necessità di essere letta ad alta voce- che giustizia il silenzio dell’introversione letteraria.
UTOPSIA
Un uomo osserva il suo tempo. Un uomo presumibilmente giovane. Indiscutibilmente vecchio. Non ha volontà di palingenesi ma crede che al peggio, inverosimilmente, c’è fine. Dev’esserci. Necessario è sovvertire l’ovvio. Ossia parlare d’altro. Scrivere d’Altrove. Contaminare il visibile al visionario. Un tentativo di ricerca. Una ricerca del Tentativo. Attraverso la Parola scardinare l’omologazione del quotidiano e provare ad essere liberi. Non privi di pregiudizi ma consapevoli di averne.
E morirono tutti felici e contenti
Fiabe non più Fiabe
AA.VV
A cura di Massimo Avenali (www.neoedizioni.it)
E morirono tutti felici e contenti è una raccolta di fiabe capovolte, di fiabe che non sono più fiabe, di fiabe che non possono più esserlo. 18 autori, 18 racconti, per un’opera corale dissacrante, ora amara ora esilarante, tesa a definire un nuovo immaginario.
Sono le fiabe che tutti conosciamo, interpretate e riscritte a partire da uno sguardo nuovo, da una memoria nuova. Una memoria che va costruendosi sotto i nostri occhi e che modella un nuovo immaginario dove la Piccola fiammiferaia è una prostituta grassa e indifesa, dove Cenerentola è un’adolescente smarrita in una Milano assopita nel caldo estivo, dove Aladino diventa “il genio dei disperati”, dove Pollicino è la vittima di un sistema che vorrebbe dimenticarlo.
E morirono tutti felici e contenti è questo: una raccolta di fiabe moderne, di racconti che vanno oltre i titoli caldi e familiari che li hanno ispirati. Racconti ironici, sarcastici, grotteschi, dolorosi, amari, esilaranti. Racconti che dissacrano passato presente e futuro e che portano a paradossi inattesi. Racconti che inducono a contrarsi amaramente sfoggiando un radioso sorriso sulle labbra.
Dimenticate le fiabe che conoscete. Qui non c’è più posto.
E’ finito il tempo di dirsi storie, di raccontarsi favole.
Gli Autori dell’antologia:
Roberto Di Egidio, Carlo Calcaterra, Mario Rossi, Carla D’Alessio, Giovanni Di Iacovo, Matteo Forte, Stefano Tanturri, Nicola Manuppelli, Gianni Solla, Angela Buccella, Gianni Tetti, Antonio Pizzola, Evo Pallotto, Alessandro Petrini, Srecko Jurišic, Angelo Scimia, Francesca Andriani e Dario Falconi
Paolo Conte per dargli una stretta forte della mia mano, Vinicio Capossela perchè ta ta ta daaaaa e tutto quello che prima era fermo ora è blu!, Marc Chagall per l'infinito surreale dei suoi trasognamenti di
colore, Samuel Beckett per tutta l'assenza di vita che
ha saputo far rivivere, Gesualdo Bufalino per le
verità delle menzogne notturne, Chopin per quel
notturno n.2 che è sintesi archetipica d'ogni emozione
umana, Vitaliano Brancati per il gelo esistenziale,
dolcissimo e terribile, di Paolo il Caldo, Fabrizio de
Andrè per la rabbia dei suoi sogni gridati con voce di
sirena, Julian Schnabel e le sue farfalle scafandrate,
Ferdinando Scianna per scambiare due chiacchiere con i
suoi occhi e con le sue macchine fotografiche, Mio
nonno e sentirgli ancora raccontare "perchè Bernardini
me fece 'no scherzo e me chiamo pe dimme che non ero
stato convocato co la prima squadra... quando arivio a
Testaccio Barbesino me sarta addosso e me dice "Ah
Bardo! Ma che cazzo fai... dovevi gioca co a prima
squadra... Allora je dico... sai che c'è Barbesi
Vaffanculo, me ne vado... e così a Roma m'ha vennuto
alla Salernitana pe 20 mila lire... te ce compravi
n'appartamento.. poi a guerra, li bombardamenti..." "
o anche "...allora me dicono che dovevo marca uno che
giocava co a nazionale.. mica c'era a televisione e
chi l'aveva visto mai... me se presenta un cazzobuffo
arto un metro... embè sarebbe questo quello forte... a
un certo punto m'è viene incontro e me fa passa la
palla sotto le cianche... er fio de na bona donna...
appena me vorto glie rifilo un carcio che ancora so
ricorda...." Nonnetto mio, quanto mi manchi! E infine,
avrei voluto conoscere te, amore mio, quando ancora
non esistevi, quando ancora non esistevo. E sorriderti
per la prima volta e vedere la grazia meravigliosa
della prima volta del tuo sorriso.
I want back my christmas
back a party, again the joy,
back dreaming of places
where U can still hide,
'gain magic that surrounds each form,
as the snow,
and then shines in the morning.
just want my christmas again
just that little of joy
'gain this.
Ciao Dario, piacere mio.. interessante titolo Utopsia :) ti lascio il link al mio blog dove puoi leggere le mie rapsodie.. http://oneiros-hypnos.splinder.com/ a presto
Domani alle ore 18 presso il Cineclub Alphaville di Roma (via del pigneto 283) presenterò il mio nuovo libro di cinema, intitolato "La tradizione grottesca nel cinema italiano" (Edizioni L'Orecchio di Van Gogh).
Per l'occasione il libro verrà venduto al prezzo scontato di 10 euro, e i primi acquirenti riceveranno in regalo anche una copia del mio precedente saggio su Jean Vigo!
Intermezzi Editore partecipa quest'anno per la prima volta a "Più libri più liberi", la fiera nazionale della piccola e media editoria che si svolgerà a Roma EUR, presso il Palazzo dei Congressi dal 5 all'8 dicembre.
"Artista non è colui che possiede un talento. ma colui che attraverso il talento esprime un disagio, Probabilmente un talento lo possediamo tutti, ma il disagio è esclusiva di pochi eletti"
ciao..sono Rosa..ricordi? sono passati anni luce mammamia..sto in un frullatore..credo che capisci benissimo lo stato ti lascio una piccola traccia sulle novità, che riguardano la collaborazione con l'Archivio Nazionale Pasolini..(vedi blog) tra un boccone e l'altro, ammesso che mangi..magari dacci un'occhiata risvolti interessanti!
Carissimo..io ti penso comunque, le sottolineature per il mio collage patagonico sono sempre là.. stagionano e maturano..bah solita domanda ormai retorica: di quante vite (in parallelo) abbiamo bisogno? ti abbraccio