Born in Germany,
Capossela is nowadays one of the best poets
and songwriters of the current Italian music scene. Influenced by Tom
Waits and Goran Bregovic
among others, his performances are marked by an ever growing emotional
participation, a great capacity for improvisation, and more and more
intimacy and complicity with his public.
His music
is affected by his love for different music styles, from Tango to Gypsy
music. Live performances in Volvo (1998) and Canzoni
a Manovella (2000) have brought him high acknowledgement from
the press and many fans. In 2001 Vinicio Capossela toured through 50 theatres, most of them sold out.
Since 2002, he has played at several festivals in Germany.
(From: transatlantico.com)
 foto di Chico De Luigi
Vinicio
Capossela is one of Italys most interesting
artists. His style, irreverent and open to all influences, has captivated
even the most demanding audiences across the whole of Europe.
His music
is incredibly rich, one that includes songs from traditional Italian
music to jazz, without forgetting cabaret or Latin rhythms. With his
knowledge he fuses all these styles together with ironically biting
lyrics that at times are surreal, thus making him one of Italys most
intriguing singer songwriters.
To celebrate
the release of his latest album, Ovunque
Proteggi (Warner Music), Vinicio
will return to Spain to present his new work, which reached no. 1 in
Italy.
(From postonove.com
)
VINICIO CAPOSSELA
presenta “DA SOLO”
Le evocazioni di questo disco nascono dalla voce e dal pianoforte. C’è un’idea di intimità e di solitudine, lontani i fragori, la mitologia, gli artifici. Ci sono brani che crepitano vicino a un fuoco fatato, altri in una stanza realisticamente assediata dallo scorrere dei tram. Tram che avrebbe potuto figurare anche in copertina, parafrasando l’Alone in San Francisco di Thelonious Monk. Monk in effetti, per il suo pianismo solo, potrebbe sottendere a questo lavoro, e per il suo arrangiamento per fiati di “Abide with me”, “Sopporta con me”, un titolo che si potrebbe quasi usare a didascalia. E del resto la forma dell’inno - e del cerimoniale - è più volte ripresa. E’ DA SOLO un disco di inni, per quando la battaglia è già passata ed è stata anche già persa, ma ne conserva l’epica e talvolta l’atteggiamento.
DA SOLO è nato in poche settimane, nella solitudine della casa con vista sulla Stazione Centrale. Arrivava quasi l’inverno e accanto al pianoforte restavano alcuni taccuini neri e quaderni a righe di scuola pieni di appunti. C’erano sopra un po’ di conti da regolare, questioni personali, perché questo, a differenza degli ultimi lavori, non è un disco mitologico o di fantasia, o di storia geografie e scienze. Non c’è il coup de cannon di “Bardamu”, ma ci sono le regole d’ingaggio con cui si uccide sull’Eufrate. Non c’è l’America leggendaria del West, ma quella desolata di oggi. Ci sono questioni di carattere, ad esempio mettere a fuoco quanto si è stati incapaci di essere sinceri, quanto ci si sia sempre protetti dietro delle ombre e quanto si abbia brancolato tra esse nel cercare l’altro, più per desiderio muto che per consapevolezza. Ma non è un disco malinconico, non c’è piagnisteo. Le lacrime, quando ci sono, sono asciutte e calcinate dal tempo, da poterci costruire sopra. C’è una visione fatta di consapevolezza e a volte anche epica.
Diversi di questi brani ruotano intorno al relazionarsi verso le cose più grandi di noi, l’unione, la guerra, la distanza, trovare le parole, perderle, il cielo, il silenzio, l’America, la clandestinità, la verità, i rapporti. E le diverse angolazioni da cui sono visti i suddetti rapporti.
E poi diversi temi personali, come per esempio quello della clandestinità, questa tendenza a nascondere la propria vera natura e a doversela svignare per essere, per iniziare ad affrontare quel cammino. E anche i fuochi della gioventù ci sono, ancora prossimi, da sentirne il calore. C’è l’amore, quello amorevole, che quando è perso lascia orfani, e la strada nuda dallo sguardo e si può affidare solo al paradiso dei calzini, per avere qualche possibilità di ritrovarlo.
Oppure si può sperare di incontrare Il gigante e il mago, un genere di miracolo che può accadere solo quando si rimane da solo, appunto, e in una volta e in una stanza, si è diventati grandi.. le creature che hai dentro fin da piccolo, e che la strada a volte ti regala se sei pronto per l’incanto. Creature che camminano nel buio e cercano di tenere accesa dentro la fiammella della loro innocenza e della loro umanità, tra apparizioni disumane.
E c’è anche modo di omaggiare il buon umore invincibile, le camicie col taschino da tabacchino, il fischietto di Vincenzino Cinaski, i quattro passi nel quartiere in una giornata di sole trovata da solo, in modo da non dovere ringraziare nessuno, se non il sole stesso.. fischiettare alle ragazze e però rimanersene al tavolo seduto, non inseguire niente, né botole ne imbuto.. diventare grandi portando con sé tutto il piccolo, tutto il sogno, e tutto il salvabile insomma.
Tutto questo è fantasticare.
Invece, la morte, nella guerra per esempio, non ha niente di epico. E’ solo un’esplosione quando non te l’aspetti e pezzi di carne e macelleria. Nient’altro. E’ questa crudezza la violenza, ed è impersonale perché mediata da qualche strumento, da un comando a distanza, da un radar, da un cannocchiale di precisione. Questo è la canzone lettere di soldati, la fine di ogni epica. L’unica cosa non meccanica è quel momento più grande delle vite, quando la vita si allarga in un pensiero e cerca di raggiungere i tuoi cari e l’universo che per te non è niente, senza di te. Ed è il momento in cui si scrivono le lettere d’amore, l’unica cosa un poco grande in un mondo che ancora costringe alla meschinità di continuare a uccidersi, piccoli e armati.
E infine l’America, che sventola la sua resa nel silenzio, il grande silenzio senza corpo d’America. La nazione nuova che si era posta a guida del mondo è un grande magazzino, un grande mall che trasforma tutto, le vite dei suoi cittadini per primi, in mercificazione, in grande distribuzione. Nel ribollire apparente dell’informazione è il suo silenzio senza rimedio. Sventolano sempre bandiere in America, spesso nel silenzio, in ogni angolo ce n’è una. Bandiere che sembrano troppo chiassose mentre sventolano sui funerali dei corpi tornati dall’Iraq, sui campi verdi perfettamente rasati dei cimiteri. Sventolano nel silenzio, rotto dalla fanfara della banda che suona sempre con la grazia sgangherata dell’Esercito della Salvezza.
Musicalmente il disco è costruito in maniera quasi filologica. Il piano e la voce sono da soli, al centro, e intorno, a fargli a volte da coro a volte da ombre, da tintinnio, da ambiente, da aria e da cappotto, una serie di strumenti, a volte inconsistenti ( bicchieri, theremin, sega, toy piano, riverbero degli archi) a volte fantastici ( il mighty wurlizer, l’optigan, il mellotron) a volte corali (le ance da “Salvation Army”, gli ottoni), i fiati che si dispongono insieme alla grancassa attorno al piano, assentono, scuotono la testa e gli danno ragione. Sezioni di ance o ottoni, quasi ferme, come fossero dei cori umani da chiesa quacchera, da cantare alzando le voci, o a bocca chiusa, col cappello tenuto nelle mani giunte. E’ stato come realizzare 12 piccole miniature sonore, di modo che ogni brano avesse la sua Chiesa in cui alloggiare.
A coronamento di questo lavoro, quando il disco era già finito e missato, è venuto un viaggio verso il West dell’America, e in quel viaggio la lettura dei “Racconti dell’Ohio” di Sherwood Anderson, e tutta quell’America biblica e rurale fatta di piccoli villaggi e di pulsioni nascoste, una specie di “Spoon River” dei vivi, che ha portato alla scrittura un ultimo pezzo, tra le camere dei motel guidando verso ovest. Si intitola la faccia della terra, perché solo quando “si è soli” si usa dire “sulla faccia della terra”. Una volta arrivati a Tucson, il brano è stato registrato così, al suo primo vagito, assieme ai Calexico e alle loro camicie a quadri. Il suono e il registro letterario di questo pezzo sono piuttosto diversi dagli altri, ci sono ruggine, chitarra e polvere, e un testo che parla di solitudini e di intrecci tra gente dai nomi biblici.. Di tutti questi uomini e donne che continuano a intrecciare le costole tra loro e a lasciarsi ciechi storpi e soli.. insomma suona diverso, in un disco per la prima volta organico e quasi circolare, però è come lo sbuffo della balena.. è fuori, nell’aria, ma viene dalla balena. Dunque è stato tirato a bordo, ispido e pieno di polvere com’è.
I brani che ho scritto sono tutti originali, ad eccezione dell’ultimo, non c’è disaccordo nel cielo, che riprende il titolo di un vecchio inno composto nel ’14 da Frederick Martin Lehman, uno specialista del genere, ne ha scritti molti, armonizzati spesso dalla figlia. Pare che abbia scritto questo brano mentre si trovava in gravi ristrettezze economiche, forse per quello ha alzato gli occhi al cielo e ha pensato, almeno lì non ci sono disappointment, né canzoni in mi minore.. ho ascoltato questa canzone nella magnifica versione di Jimmy Scott presente sul disco Heaven. Il testo non è la traduzione dell’originale, ma il mio modo personale di sentire l’argomento. Un cielo a portata delle preghiere di tutti, che forse ci accoglierà e forse si farà trovare vuoto, ma dove finiscono di sicuro tutte le lacrime di quando ci siamo sentiti migliori.
Vinicio Capossela, ottobre 2008
foto di Chico De Luigi
DISCOGRAPHY
ALL’UNA E TRENTACINQUE CIRCA – 1990, CGD Eastwest
MODÌ – 1991, CGD Eastwest
CAMERA A SUD – 1994, CGD Eastwest
IL BALLO DI SAN VITO – 1996, CGD Eastwest
LIVEINVOLVO – 1998, CGD Eastwest
CANZONI A MANOVELLA – 2000, CGD Eastwest
L’INDISPENSABILE – 2003, CGD Eastwest
OVUNQUE PROTEGGI – 2006, Atlantic
NEL NIENTE SOTTO IL SOLE – GRAND TOUR – 2006, Atlantic
DA SOLO – 2008, Atlantic
Da OndaRock.it
:
VINICIO
CAPOSSELA
I sogni di un circense gitano
di Claudio
Fabretti
Racconta di guitti e vicoli chiassosi, pagliacci e maraja. Suona con la balcanica
Kocani Orkestar. E con le sue "Canzoni a manovella" ha conquistato
la critica. Oggi, dopo sei anni di silenzio, e tornato con "Ovunque
proteggi", nel segno di una debordante follia creativa. Ritratto
di Vinicio Capossela, istrionico protagonista
della musica d'autore italiana
Bizzarro, ironico, sentimentale, Vinicio Capossela e il piu dotato tra
i cantautori italiani della sua generazione. I suoi modelli piu evidenti sono i blues
aspri e deliranti di Tom Waits
e le "chanson" jazzy
di Paolo Conte. Ma nel suo repertorio convivono anche il teatro di Brecht e il surrealismo, melodie mediterranee e sonorita fragorose
di chiara matrice balcanica, pantomime circensi
e atmosfere malinconiche degne del miglior Luigi Tenco.
Artista errante, che - come Waits - ha fatto
del randagismo quasi una filosofia di vita, Capossela
ha percorso tutte le tappe di una gavetta dura, da "emigrante".
Nato infatti il 14 dicembre 1965 a Hannover (Germania), approda
poco piu' che ventenne in Italia, dove si
divide tra il lavoro di parcheggiatore e gli studi al conservatorio.
Ben presto lascia gli studi e si trasferisce a New York dove suona nei
pub e nei night-club.
E' grazie all'incontro con Francesco Guccini
e Renzo Fantini (poi suo produttore) che riesce a pubblicare il suo
primo lavoro, All'una e trentacinque circa, un album che mette gia'
in luce la peculiarita' del suo sound e che
gli vale il premio Tenco come migliore opera
prima.
Nonostante cio', il
successo tarda ad arrivare.
Nel 1991 esce Modi' uno fra i migliori
album della sua carriera, come la title track,
"Ultimo amore", "Cadillac"
e "Notti Newyorkesi", oltre alla
piu' orecchiabile "...e allora mambo!". Canzoni
che sembrano uscite da qualche fumoso piano-bar di
provincia, intrise di sentimenti, poesia e humour.
Affascinato dal mondo del cinema, Capossela
nel 1992 si cimenta in una piccola parte nel film "Non chiamatemi
Oscar", di Staino e Altan,
la cui colonna sonora e' tratta dallo stesso "Modi'".
Nel 1993 firma le musiche dello spettacolo teatrale
di Paolo Rossi, "Pop e Rebelot".
Nello stesso anno partecipa al disco tributo, organizzato dal Club Tenco,
e dedicato al grande chansonnier russo Vladimir Visotski,
intitolato "Il volo di Volodja",
con il brano "Il pugile sentimentale", destinato a diventare
uno dei capisaldi del suo repertorio, in forza di una
irresistibile combinazione tra struggente melodismo
russo e ritmi contagiosi da brass-band.
L'anno della prima consacrazione e' il 1994 quando Capossela pubblica Camera a sud, trascinato dalla struggente
ballata della title track e dal singolo "Che
coss'e' l'amor", una metafora amara e
dissacrante sull'amore e su tutti i suoi risvolti.
La sua musica vive d'euforiche contaminazioni, tra swing e mambo, tango e twist, marce e ballate. Ma i ritmi originali sono sempre
stravolti e rielaborati, nel segno delle contaminazioni piu' trascersali e dell'ironia piu' dissacrante.
Spiccano nel disco anche brani intensi e malinconici come "Non
e l'amore che va via" e "Camminante".
La fama del cantautore di Hannover comincia a superare i
confini italiani. A Parigi, nel 1995, tiene un memorabile concerto allo
Zenit. Il quarto album, Il ballo di San Vito (1996), consolida il suo
repertorio, accentuando l'attenzione per le tradizioni della canzone
popolare italiana e mediterranee in genere. La melodia lascia spazio
a toni aspri e dissonanti, ma soprattutto al ritmo, vero protagonista
dell'album. In un clima di sagra paesana, tra balli e canti di
antiche contrade, si ambienta anche la title
track: una pulsazione ossessiva che si trasmette a tutto il corpo, in
un magistrale connubio di musica, modulazione della voce e testi, che
si fondono e trasmettono la vibrazione della tarantola: e' il "Ballo
di San Vito", nome volgare (non scientifico) attribuito a una malattia
dagli effetti contagiosi. Capossela si conferma cantore delle storie di vita comune,
di giornate "senza pretese" (per dirla con il titolo di un
brano del suo primo album), di giovani di periferia, di racconti in
bilico tra dramma e ironia. "Al Veglione" e' un delizioso
quadretto di una festa di capodanno in un piccolo paese del sud Italia,
rimasto nella memoria di un bambino e rappresentato come fosse
un'istantanea da un film di Fellini; l'inesorabile
"Pioggia di Novembre" distilla umori mesti e malinconici,
mentre "Contrada Chiavicone" e' un'altra pantomima paesana, sorretta da
un ritmo sempre piu' nervoso e incalzante.
L'album, che vanta un super-ospite come Marc
Ribot alla chitarra, e' il piu'
vicino alla "world-music" dell'intero repertorio di Capossela. "I suoni fanno da sfondo
al mio mondo immaginario - racconta il cantautore -. Un
mondo pieno di guai, affollato di guitti stralunati, strade chiassose
e vecchie macchine". Con le quattro ruote,
Capossela ha un rapporto intimo, nato negli anni in cui vagabondava
lasciando come indirizzo il numero di targa e rifugiandosi in officine,
pompe di benzina e, soprattutto, nella sua auto. "La macchina
e' il nostro transatlantico/ confortevole e familiare.../ e' la nostra
protesi", canta in "Liveinvolvo",
title-track del suo primo disco dal vivo.
Liveinvolvo nasce da una notte di musica e follie.
"E' stata una serata memorabile - racconta Capossela
- tanto che il giorno dopo nessuno riusciva
piu' a ricordarla. E' durata cinque ore: alla fine i netturbini
avranno pensato di sognare vedendo uscire, nel cuore della notte, un
corteo strombazzante con alla testa un cantante
in colbacco". Ma l'album segna anche un'ulteriore
crescita di questo "guitto al pianoforte" che si fa chiamare
Vic Damone e che sembra quasi la
caricatura di un cantante di piano-bar. La
sua musica si fa piu' febbrile e complessa,
tra ballate liquide al piano (la cover di "Estate" di Bruno
Martino), blues sporchi e pieni di clangori nello stile di Tom
Waits e cupe progressioni sonore ("L'accolita dei rancorosi"). La sua voce e' sempre carica, ruvida come
una grattugia. Ma la vera sorpresa e' la fanfara di
ottoni della macedone Kocani Orkestar,
che anima cinque brani. "Amo lo spirito balcanico,
chiassoso e sognatore", sostiene Capossela.
La presenza della gypsy brass-band
balcanica aggiunge un ulteriore
tocco di fragore e demenzialita' ai suoi brani.
Una formula riproposta in un nuovo ubriacante tour, che frutta al cantautore
nuovi consensi di pubblico e critica.
Capossela trascorre i successivi due anni tra
vicoli e bar di provincia, tra le storie semplici della vita comune
e le grandi avventure musicali, come l'incontro con la musica di Jimmy
Scott. Una maturazione artistica
che giunge a compimento nel 2000, con Canzoni a manovella. Polke,
marcette, palombari e maraja' si inseguono in una sorta di teatro della strada, dove, tra
un giro di valzer e un sogno, si viaggia tra Lubecca,
Varsavia e Salonicco. "E' un disco di canzoni immaginarie - spiega
Capossela - di cose che vengono dal profondo, che affiorano
in scafandro e cilindro, un lavoro fabbricato con mezzi espressivi come
le tecniche aerostatiche di cui vado molto
fiero. In sostanza abbiamo usato una strumentazione composta di grancasse,
orchestra sinfonica, piani chiodati, rullo, trombe, turbanti, sollevatori
bulgari. Ma tutto cio' che veramente conta
e' che ci siamo ingozzati di emozioni, di suggestioni
e di musiche, una specie di abbuffata secolare, questo e' in definitiva
il risultato".
Ed ecco allora filastrocche, marcette,
tanghi, ninnananne e ritmi popolari dal sapore antico, che ricordano
le cadenze dei vecchi organetti a manovella, rincorrersi in un disco
senza tempo, pieno di istantanee in bianco e nero, come quella in copertina. L'epoca
della manovella comporta rumore e sperimentazioni sui binari di una
ferrovia senza fissa dimora. E Capossela
affronta gli abissi delle proprie abitudini, camuffando suoni, rovistando
ritmi balcanici, ricordando le allegorie marziali
di Kurt Weill. In principio era la
manovella, l'innescamotore, ma anche la necessaria
carica di aggeggi ambulanti che bruciano l'aria
di melodie familiari. Le partiture si riempiono cosi'
di bottigliofoni, fisarmoniche giocattolo,
cineserie, coperchi, rotoplani, rulli di
Edison, intrusioni della porta accanto, sberleffi timbrici tra
il circo e l'osteria.
Quello di Capossela e' un randagismo
musicale, che si nutre di visioni surreali e di personaggi balzani.
Il divertissement esotico di "Maraja" ("si scompiscia, si sganascia, si oscureggia il Maraja") trasforma
le "Mille e una notte" in un film di Kusturica;
il viatico dei "Pagliacci", improbabili domatori di pulci,
coglie i riflessi chapliniani delle luci della
ribalta (non a caso lo scorso anno Capossela
si e' cimentato proprio nell'accompagnamento per pianoforte di "Tempi
moderni"); "Contratto per Karelias",
adattamento di una canzone del greco Markos
Vamvakarias, riconduce ad atmosfere tzigane
e circensi; mentre "Suona Rosamunda" rievoca visioni felliniane.
Ma c'e' spazio anche per il Capossela piu' romantico e intimista,
quello che intona la dichiarazione d'amore a ritmo di tango di "Come
una rosa", il lamento struggente di "Solo mia", o il
requiem sommesso di "Marcia del camposanto". Vinicio l'acrobata
gioca a fare il saltimbanco, il clown, il guitto, ma si diverte a piazzare
qua e la le sue citazioni letterarie preferite: l'iniziale "Bardamu'"
e' ispirata a Cline, "Suona Rosamunda" a "Se questo e' un
uomo" di Primo Levi, "Decervellamento"
all'"Ubu Re" di
Alfred Jarry, mentre lo spirito
irridente di John Fante aleggia sull'intera
opera. La musica delle "canzoni a manovella" riesce a fondere
la malinconia di Luigi Tenco con l'ironia
jazzy di Paolo Conte, le sonorita'
roboanti dei Balcani
con il randagismo alcolico di Tom Waits. Il tutto grazie anche
a testi decisamente superiori alla media. Una
nuova conferma, insomma, del talento istrionico del cantautore italiano,
attorniato nell'occasione da una pattuglia di musicisti in vena: ritroviamo
Mark Ribot, ma ci sono anche Ares Tavolazzi, Pascal Comelade, Roy Paci dei Mau Mau e il soprano giapponese Mayumi
Torikoshi.
Un disco dedicato "ai pionieri aerostatici, ai temerari,
ai marinai in bottiglia, a Cline, al revolver
di Jarry e in generale a tutti quelli che
hanno avuto il coraggio di buttarsi". Ma
non solo. "E' un album dedicato a tutti gli oggetti in via d'estinzione,
- continua l'autore - come i Pianoforti di Lubecca,
a molti di quei saloni che patiscono il silenzio di milioni di canzoni.
E c'e' posto per tutti, anche per quelli che se ne sono andati, per
i luoghi che hanno gia' chiuso".
Capossela ha varcato i confini, andando a cercare le musiche
rebetiche, le polke di Varsavia, immergendosi
in un mondo molto lontano da noi, per tradizione e per cultura. Ed e' in questo mondo che prendono a vivere i suoi personaggi.
"Nel 'Ballo di San Vito' avevo voluto e cercato suoni piu'
sporchi - aggiunge - nel caso di 'Canzoni a manovella',
invece, abbiamo ripulito il tutto, ci sono le marcette,
rebetici, tempi binari, quelli che hanno bisogno
di due stampelle per avanzare, quelli ternari da giro di valzer, il
vecchio west, le retrovie d'oriente, i canti tzigani, serenate, tramvai,
rose e ombrelli. Ma tutto e' perfettamente ballabile. Venite!, Venite! affittate il salone per
le feste, vestitevi eleganti, mettete i vostri abiti da sera, lucidate
i bottoni e le mostrine, perch l'orchestra ce l'abbiamo messa noi,
ed e' a vostra disposizione. Per questa festa, insomma non abbiamo badato
a spese".
Nel 2003 esce la prima raccolta di Vinicio Capossela, intitolata L'Indispensabile. Un'iniziativa che
il cantautore di Hannover ha mal digerito: "Motivi oscuri governano
le costellazioni discografiche - ha dichiarato - io ho detto alla mia
che avevo tre cd pronti, ma loro mi hanno risposto che era meglio
far prima un riassunto del passato... Quando in seno alla casa discografica
e nata l'esigenza di questa pubblicazione, non l'ho presa per niente
bene, ho iniziato a toccarmi e fare scongiuri, insomma, la sentivo un
po' prematura, ma alla fine me ne sono fatto una ragione, e, se proprio
un'antologia deve uscire, mi sono detto, meglio che sia da vivi....
Tra le 18 tracce, classici come "Il ballo di San Vito", "Maraja", "Che cosse
l'amor", "E alllora mambo",
"All'una e trentacinque circa", "Con una rosa",
"Modi", "Scivola vai via", piu l'inedito "Si e spento il sole", cover Calexico-style di un pezzo inciso nel 1958 da un giovanissimo
Adriano Celentano.
Nel 2006 esce Ovunque proteggi, primo album di inediti in sei anni. Per celebrare l'evento, il quarantenne
italiano di Hannover ha voluto passare anche in cabina di produzione
e si e circondato di un supercast, con musicisti come Mario Brunello
(violoncello), Roy Paci (tromba), Marc Ribot (chitarre), Stefano Nanni
(piano), Ares Tavolazzi
(ex-Area) al contrabbasso e Gak Sato
all'elettronica.
Il circo di mastro Vinicio, dunque, riapre i battenti, e
lo fa "Dalla parte di Spessotto"
(niente a che vedere con terzini della Juve,
bensi un inno all'infanzia vissuta da "loser"). Titolo bizzarro per un singolo
che rinnova il motteggiare farsesco di "Canzoni a manovella",
con un testo - tanto per cambiare - esilarante. Capossela
gigioneggia da par suo tra ritmi saltellanti
e divertissement vari. Sembra quasi un'altra "canzone a
manovella", ma affiorano anche i primi foschi presagi ("L'oscurita/ come un gendarme gia/mi
afferra l'anima") di cio che seguira. All'euforico affresco futurista di inizio Novecento delle "Canzoni a manovella",
succede infatti un viaggio oscuro e minaccioso, tra incubi e intemperie.
Fin dalla terminologia usata e evidente il contrasto tra la dimensione
fisica, corporea (sangue, carne, teste, mascellate,
ossa, cosce, budella, cervella...), e uno slancio mistico (anime, benedizioni,
crocefissi, sudari, rosari...) inedito nel canzoniere caposseliano.
Le tredici tracce sono a loro volta un pellegrinaggio nello spazio-tempo,
tra luoghi mitici (Troia, il Colosseo degli
antichi romani) e reali (la Mosca post-socialista, l'Asia di "Lanterne
Rosse"). Un percorso affannoso in cerca di requie e protezione,
come traspare dal titolo stesso dell'album.
Si parte con "Non trattare", nenia arabeggiante che lambisce certo misticismo delirante alla Ferretti (la fonte e un salmo dalle Scritture), prima
di sprofondare subito nel baratro di quella "Brucia Troia"
che Vinicio voleva come singolo perch "avrebbe spopolato nei programmi
di dediche radiofoniche" (!) e che e invece un deliquio orrorifico
sul mito omerico, registrato nella Grotta Carsica di Ispinigoli
in Sardegna, insieme a Ribot e a tre tenori
sardi. Altrettanto truce e la rievocazione dei riti circensi romani
di "Al Colosseo" (un omaggio all' "In
The Colosseum" del maestro Waits?),
con il solito declamare farneticante di Capossela
su un tappeto di trombette e rulli di tamburi alla "Ben Hur".
Tra le novita del disco, un uso
piu
marcato dell'elettronica portato in dote dal guru Gak
Sato, tangibile soprattutto in "Moskavalza",
techno-souvenir della metropoli russa, affogato
in fiumi di vodka e giocato su un divertente pastiche di assonanze testuali.
Non mancano, comunque, tuffi nel passato piu "godereccio" di Capossela,
quello che vive di cazzeggi cha-cha-cha
come quello della "Medusa", delle baldorie da festa paesana
di "L'uomo vivo" e di fastosi music-hall alla Broadway
("Nel blu"). E resta - oltre alla stella polare-Waits
- il baffo del Conte piu jazzy a far capolino con la sua
orchestrina dixieland tra le note della nostalgica (e deliziosa) "Dove
siamo rimasti a terra Nutless".
Melodicamente piu povero di Canzoni
a manovella, il disco paga dazio soprattutto nelle ballate (il traditional messicano di "Pena da l'alma",
la pianistica "Lanterne rosse" e la stessa title
track finale), calando un po' alla distanza dopo l'avvio pirotecnico.
Ma Capossela si e tenuto l'asso
nella manica e se lo gioca alla penultima traccia, con "S.S. dei
naufragati: climax drammatico dell'album, ispirato al "Moby
Dick" di Melville e alla "Ballata
del vecchio marinaio"di Coleridge (e
gia inciso in un disco della Banda Ionica). Una litania per
violoncello, armonium, coro e theremin, che
si leva in cielo dalla stiva di un vascello sommerso dai flutti, tra
legni fradici e spiriti di morte.
Folle, disordinato, perfino sovraccarico di idee e di suoni, Ovunque proteggi e l'abum piu coraggioso che Vinicio
Capossela potesse fare dopo il botto di Canzoni a manovella.
I passaggi a vuoto (che pure non mancano) si possono perdonare al cospetto
di tanta creativita' e intraprendenza.
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