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Intervista di Giusy Nicosia
Vincenzo Costantino Chinaski, detto Cinaski, è un innamorato non corrisposto della vita e della verità, ma raramente ha scritto poesie d’amore forse perchè, sostiene, questa è una parola di cui già troppo si è abusato. Preferisce osservare in modo partecipe la realtà e raccontarla, gli piace scrivere di gesti quotidiani e se potesse deciderlo prima vorrebbe una figlia femmina così come preferirebbe essere una donna in un’altra vita.
Adora il cielo di Milano che scorge dalla sua finestra e la sua amata città se la immagina come una donna bellissima che ci aspetta a gambe accavallate e che a volte gioca a nascondersi tra le sue viuzze. Cinaski però rimpiange le notti milanesi di tanti anni fa quando era ancora possibile farsi una camminata all’uscita del Capolinea, magari dopo aver visto suonare Chet Baker. Se si desidera scambiare due chiacchiere con lui, guai a dargli del Lei, specie in un’intervista!
Bukowski sosteneva che il genio è un uomo capace di dire cose profonde in modo semplice, ma tu hai aggiunto che tutti sono capaci di dire cose semplici in modo profondo. Per te chi è il poeta?
Tutti sono capaci di dire cose semplici in modo profondo.. Chi è il poeta? Io sono il poeta!
Descriviti allora..
E’ difficile descriverlo in tre parole.. Cos’è il poeta? Il poeta è un torero che non combatte con il toro, ma con l’arena. Il toro è il suo compagno di sventura in quel caso. Io mi definisco un poetador in questo senso. Mi piace molto il contatto con il pubblico, però il pubblico lo intendo come un avversario, sempre usando un grande virgolettato, perché o muoio io o muore lui. E’ un confronto eterno, ma non per gratificazione o per accettazione. Io fondamentalmente mi basto, anche se sembra un’espressione un po’ forte. Mi basto perché mi piace quello che scrivo e sono il mio primo lettore. Se un mio scritto non piace a me non uscirà mai dalle mie mura, non verrà mai stampato e reso pubblico perché è fondamentale che io mi piaccia quando scrivo sennò è inutile che scrivo. Non scrivo per gli altri. Intendiamoci, il poeta non deve lavorare per gli altri, deve lavorare per tutti o per tutto. Non esiste la libertà o meglio non è che manca la libertà. Sono gli uomini che non sono liberi e il poeta è forse l’ultimo uomo libero.
La tua poesia Seduto verso la fine dice: ”Riesco ancora a uscire di casa senza un motivo .. “ Non parliamo forse di voglia di vivere?
Uscire di casa senza avere un motivo vuol dire avere ancora molta curiosità. La voglia di vivere c’è, il fatto è che mi passa appena esco di casa. Non è che non me lo consenta la città, ma è la gente della città che me la fa passare. Si è verificato l’appiattimento culturale che temevano Pasolini, Longanesi…Lasciamo perdere la televisione che ormai non ha più senso. Basta guardarsi per strada, c’è un omologazione culturale che a me, personalmente, fa paura. Intanto mi chiedo come riescono a fare una cosa del genere e a non avere una personalità propria. Questa è una cosa che mi fa tornare a casa. Forse a casa posso confrontarmi con qualcuno che stimo. E’ importante il confronto, solo che in questo momento sono veramente poche le persone con le quali provo piacere a confrontarmi e non le vado a cercare nel mio settore, ma nel mondo della musica, piuttosto che nel mondo del teatro, del cabaret. In tutti questi mondi credo ci sia forse più verità di quella che trovi per la strada.
Un’altra tua poesia ad un certo punto chiude così: ”Ho solo il timore/di essere preso sul serio/mentre una risata/seppellirà/tutto quanto..” Quale paura tu vorresti seppellire per sempre?
La paura proprio di essere compreso. Anche qui, per citare sempre Leo Longanesi che è una delle persone che stimo di più, l’unico pericolo per un genio è quello di essere compreso. Non che io mi reputi un genio, però è una cosa che mi spaventa essere capito immediatamente, anche perché faccio fatica io a capire le cose che scrivo, non perché le scrivo male, ma perché faccio fatica ad arrivare al punto in cui mi viene voglia di descrivere certe situazioni, di descrivere la vita in un certo modo. Non è una cosa semplice osservare. Quello che vedi a volte fa male, però è necessario che qualcuno lo racconti ed è spaventoso che questo venga recepito immediatamente, vuol dire allora che tutti se ne rendono conto e se qualcuno usa il filtro giusto nessuno fa niente per cambiarlo. Il mestiere del poeta… che brutta parola! Il poeta non è un messia, non ha una missione, piuttosto potremmo dire, cinicamente, che ha un dovere culturale. Se non ci fossero i poeti, a mio avviso, la civiltà non avrebbe nessun senso. Sono d’accordo con Alda Merini quando sostiene questo.. Il poeta non è neppure un portatore di messaggio, un guru o un santone. A me dà molto fastidio quando mi chiamano maestro. Lo dico ridendo perché è una cosa che mi mette in imbarazzo e assolutamente non mi reputo tale. Uno dei complimenti più belli che ho ricevuto è stato da parte di una ragazza giovane tra i venti e i trent’anni che, dopo un mio spettacolo di letture, si è rivolta a me usando parole forti perché io avevo raccontato la sua verità, nelle mie parole c’era la sua vita. Lei era uscita di casa e non aveva voglia di sentirmi e in tal modo l’ho riportata alla realtà. Questo è stato uno dei complimenti più belli per me. Io avevo raggiunto lo scopo. Io voglio raccontare la vita e se arrivo a fartela capire, a raccontare addirittura la tua senza neanche conoscerti, questa è la poesia perfetta. Ce l’ho fatta.
I disastri ambientali aumentano e le risorse della natura si stanno esaurendo sempre più velocemente. Dove stiamo andando?
Vuoi una risposta alla Cinaski? No, è meglio essere un po’ morbidi.. Stiamo andando per lucciole! Dove stiamo andando? Lo sappiamo tutti dove stiamo andando, ma nessuno sta tirando il freno a mano. E’ una cosa spaventosa. Una poesia che ho scritto si intitola l’Eroe e qui ho espresso la paura di diventare un eroe perché ti trovi costretto a volte a sentire il dovere di razzolare bene, di dover salvare foche, balene, di stare attento ai buchi, tutta una serie di situazioni, ma non dovresti essere tu a farlo, dovrebbe essere la coscienza civile, la coscienza sociale e ci sono degli organi preposti a questo che non fanno assolutamente niente. Non vedo perché il cittadino debba prendersi cura singolarmente di ogni cosa. Noi ci siamo costruiti una società in cui ogni organo è preposto per espletare determinate mansioni e per avere i suoi doveri, ma nessuno sta compiendo questi doveri.
Se siamo noi stessi i primi a non rispettare l’ambiente e a buttare per terra il pezzo di carta e tanto altro…
C’è qualcuno che te lo insegna da piccolo a farlo? No! Dovrebbe essere la scuola ad insegnartelo, non la famiglia. Tutto nasce da una gravissima carenza di educazione scolastica. Il male dell’Italia in questo caso (e ci sono non poche nazioni in Europa che sono avanti a noi) nasce proprio dalla pochissima attenzione che si dà all’educazione scolastica. Il mestiere dell’insegnante dovrebbe essere pagato come quello del calciatore. L’educatore dovrebbe essere selezionato tra migliaia di persone, ma in maniera accuratissima, invece basta fare quattro anni di magistrale e diventi maestro di scuola elementare ed è il mestiere più difficile del mondo. E’ molto più importante un maestro elementare che un professore universitario perché è lì che formi l’uomo e il cittadino di domani. L’universitario è già arrivato. Se gli insegnanti hanno lavorato bene prima, i docenti universitari viaggiano sul liscio. Insegnare ai bambini a vivere un altro mondo è la cosa più difficile che ci sia e da lì che nasce tutto. Se io fossi il capo del governo stanzierei l’80% delle risorse per l’educazione scolastica perché il resto viene da sé.
Ci sono degli incidenti di percorso nella vita che ci compongono e ci..
Ci formano soprattutto. Ce ne sono stati troppi d’incidenti di percorso nella mia vita, ma ne sono sempre uscito in piedi. Il mio è un carattere forte. Se non fosse così non sarei ora qui a parlare con te per la vita che ho fatto. C’è voluta forza, però è stato bellissimo, anche perché lottare per sopravvivere in tutti i sensi soprattutto a livello mentale, psichico, culturale è stimolante, adrenalinico e ti tiene sveglio. Quando riesci poi a guardare, sorridendo, alla porta che hai chiuso dietro, la voglia di riaprirla ogni tanto c’è perché io sono un grande fan del passato. Il futuro non m’interessa. Adoro il passato perché mi aiuta a vivere meglio il presente. Non costruisco per il futuro, in questo senso sono nichilista.. A te interessa vivere il futuro?
Nella poesia La Stazione sostieni che ogni qualvolta è sempre la prossima e ogni stazione ha sempre un’attesa. Cosa attendi in questo momento dalla vita e da te stesso?
In questo momento, devo essere sincero, non mi aspetto nulla, ma non perché non mi interessi, semplicemente perché sono riuscito ad arrivare molto vicino a quello che era il mio sogno, per cui di più non vorrei chiedere, non m’interessa superare o partire dalla stazione. In questo caso è bello rimanere in stazione e vedere quelli che partono senza nessuna destinazione. Forse la mia destinazione era la stazione, per cui mi piace, dal mio punto di vista, essere arrivato ad un punto che mi soddisfa. Non ho attese e ricevo molto volentieri quello che mi capiterà, quello che la vita ogni giorno mi regala perché è molto generosa, soprattutto dopo i 40 anni comincia ad essere molto generosa.
Preferisci quindi continuare a vivere viaggiando dentro di te?
Assolutamente sì, ma in senso ariostesco…
Alda Merini non dice forse che per essere un grande poeta non bisogna avere una grande cultura, ma solo un grande cuore?
Sì, lei è molto romantica in questa affermazione. Premetto che l’adoro. Non è questione di tecnica, assolutamente. Non è questione di studio. Serve una scuola che è la scuola della vita, ma a tutti i livelli, non per forza bisogna fare esperienze di livello basso per raccontare cose di un certo tipo, di livello altissimo per raccontare cose di altro tipo, basta semplicemente lasciarsi vivere. L’unica scuola è quella. Lascia fare alla vita il suo mestiere, lasciati trasportare, usala come se fosse un vento e dove ti porta, se sei un poeta te ne accorgi, se non lo sei no. Non è che si impara a diventare poeti, o lo si è o non lo si è. Poi c’è chi come me lo fa anche per vivere. Io sono un poeta, ma dico sempre che faccio il poeta per mangiare perché mi costringo a leggere e recitare in pubblico le mie poesie. Fondamentalmente mi piace pure un po’, ma in primis lo faccio perché l’unico modo per farsi pagare la poesia è quella. Vengo io a raccontartela e forse vale pena pagare il biglietto, in caso contrario no.
Perché sei terrorizzato dall’ignoranza sentimentale?
Questa è una brutta e bella domanda, perché oggi si dice così facilmente ti amo o ti voglio bene e non ci si rende conto dell’effetto devastante che può avere sulla persona che se lo sente dire.. Quelle parole si possono e si devono dire solo quando sono vere, altrimenti si rischia di fare molto più male che pestando. L’ignoranza sentimentale per me è l’abuso della parola amore, l’abuso del sentimento e ce n’è tantissimo in giro. Io ne sono stato vittima più volte, per questo sono terrorizzato, so come ci si sta.
Sostieni di essere un innamorato della vita e della verità, ma un non corrisposto. Cosa la vita non ti ha ricambiato o a cosa la verità non ti ha risposto? Per quale motivo sei arrabbiato e non ti fidi più di nessuno?
Andiamo per ordine. Sono un innamorato della vita e sono un non corrisposto perché volevo essere alto, biondo e con gli occhi azzurri! A parte gli scherzi, la vita, in realtà, mi ha fatto arrivare dove desideravo. Ci sono arrivato da solo e la compagna che è stata la vita ci ha messo anche del suo. Non corrisposto nel senso che io amo talmente tanto la vita che non mi sento restituiti i miei sentimenti, nel senso che vorrei vedere cose diverse.. La vita dovrebbe farmi vedere cose più piacevoli e invece si ostina a farmi vedere sempre il lato peggiore delle persone piuttosto che situazioni malfamate. Io non è che scrivo le cose che scrivo perché mi piace scrivere quelle cose. E’ la vita che è sempre uguale e, di conseguenza, io vedo sempre quelle cose, anche cambiando zone, città e paesi vedo sempre le stesse cose e mi tocca scrivere le stesse cose. Sono rare le poesie d’amore che ho scritto perché ho vissuto raramente l’amore così sono rare le mie poesie che parlano di luna, stelle, cielo e passerottini. Non le guardo semplicemente perché non m’interessano.
Non sarà forse dipeso da noi stessi che alla fine cerchiamo sempre lo stesso genere di persone? Forse crediamo di avere bisogno di quelle persone…
Si potrebbe anche dire che ognuno ha le persone che si merita o che ognuno vede solo le cose che vuol vedere, ma non in questo caso perché con gli occhi del poeta e della poesia non hai filtro. Un poeta vero non dovrebbe avere filtri, per cui quello che vedo è quello che vedo. Come sosteneva a suo tempo anche Bukowski: ”Quello che vedo è quello che vedo, la poesia la espongono di rado.” La vera follia sta da un’altra parte, sta dentro le case. Fuori quello che vedi è quello, non ti regala niente nessuno. Sono arrabbiato in questo senso. Se voglio vedere un bel tramonto lo posso vedere un bel tramonto, ma non mi viene la voglia di scrivere che ho visto un bel tramonto. Mi piacerebbe scrivere di gesti quotidiani. C’è una metafora che uso sempre. Una volta ho fatto un seminario di poesia e l’ho scritta anche nell’introduzione al cd L’accolita dei Rancorosi, un tributo a Vinicio Capossela. Questa metafora mi piace molto usarla. Ci sono tre persone che passano in una via (immaginiamocela una perpendicolare a Corso Buenos Aires di Milano), una via piccola che sfocia in una grande e ci sono queste finestre basse in cui tu riesci a vedere all’interno quello che succede. Passa il primo uomo e vede dentro una donna che sta stirando con i capelli un po’ imbiancati dall’età e sulla cucina c’è un pentolone nel quale sta bollendo del cavolfiore. Questo primo uomo che passa e che vede questa donna triste e sfatta dice che è una donna sfortunata e poverina. Passa il secondo uomo, vede la stessa immagine e si lamenta della puzza emanata dal cavolfiore. Passa il terzo uomo, vede anche lui la stessa immagine e la considera una bella immagine di vita, gli viene voglia di scriverla, di dipingerla e lo fa. Questo uomo è il poeta che è spinto dalla curiosità e che riesce a vedere la vita oltre la vita. E’ questo che mi fa arrabbiare. La gente non è più capace di guardare e soprattutto di andare oltre. Un gesto come quello di un uomo che regala un fiore su un marciapiede ad una persona che non conosce sembrerebbe di uno che ci sta provando, mentre ha semplicemente voglia di farlo… Un omaggio alla bellezza.
Ormai la gente crede che la superficie delle cose sia tutto, non è così?
Per questo possiamo dire grazie alla De Filippi e a Costanzo.
Essere poeta non è forse una missione?
No. Come dicevo prima il poeta non è un messia, un missionario, un guru o un santone.
Il poeta non ha una missione, una ricerca da fare per lui stesso?
Neanche questo. Il poeta è la persona che sta peggio. Io forse sono quello che soffre di più per le cose che scrivo, sono la persona a cui fanno più male perché sono mie, perché mi spoglio, mi denudo, vomito l’anima quando scrivo. Sembra così semplice a leggere, ma quelle che vengono fuori sono interiora, interiora sentimentali. Quindi non puoi essere un messia, altrimenti ti crocifiggerebbero.
Bukowski sosteneva anche che scrivere poesie non è difficile, ma il difficile è viverle. Tu come credi di vivere le tue poesie, poiché ritieni che bisogna tacere se non si è vissuto?
Se parliamo di vissuto sono un fautore della cognizione di causa. Non si può raccontare come vivi una poesia, altrimenti diventi come delle persone che stimo come Ariosto, Sangari, scrittori di fantasia. Io preferisco osservare, ti ripeto, la vita e la realtà e raccontarla, per quanto mi riesce. Se certe cose non riesci a vederle, non ti sono capitate sulla tua pelle, è inutile che ti metti a raccontarle. Intanto non sei credibile e non verrai mai preso sul serio, non che sia un peccato non essere presi sul serio, però ne va della tua autostima. La cognizione di causa è fondamentale. Non credo che uno mi possa raccontare di una notte passata in galera se non c’è mai stato o ricordarsi della sua prima puttana se non c’è mai stato.
Bukowski ha scritto anche che l’amore è una forma di pregiudizio e si ama ciò di cui si ha bisogno. In un altro momento ha detto anche che l’amore è per la gente vera. Tu concordi?
No. Poi basta con Bukowski! Allora.. è vero che l’amore è per la gente vera, ma è altrettanto vero che molte volte lo si prova per una forma di bisogno e quindi, come sosteneva anche lui, diventa una cosa assolutamente falsa, la persona è di conseguenza falsa. Io vivo a Milano e posso incontrare due o tre persone di cui posso innamorarmi, una o due se ho fortuna, però se fossi a Tokio avrei incontrato altre due o tre persone di cui probabilmente mi sarei innamorato, ma non sono nato a Tokio. Concludo che non è vero che l’amore è un sentimento assoluto, piuttosto è una questione di caso, di fortuna, di cabala se vuoi…
Secondo te allora non abbiamo solo un’anima gemella?
No. Ce ne sono almeno “mila” di anime gemelle!
Cinaski ha sempre potuto scegliere nella sua vita?
No, non sempre, però non è mai stato costretto. Piuttosto che scegliere ha preferito non scegliere in certi casi.. Ci addentriamo in un percorso pericoloso per cui ti basti questa come risposta.
Fare poesia è come fare l’amore … Ho letto questa frase sul tuo myspace. Quanto conta condividere una gioia, un momento intimo e ricco di estasi come quello dell’ispirazione del poeta?
Quella frase non è mia, ma è una citazione di Cesare Pavese: “Fare poesia è come fare l’amore, non saprai mai se la tua gioia è condivisa.” Questa è la frase completa. E’ fondamentale condividere quel momento per un poeta, in questo senso è come fare l’amore, se l’orgasmo non viene raggiunto insieme è un peccato averlo fatto per una sola persona, l’altro diventa una semplice comparsa. Se io scrivessi delle poesie che non fossero capite sarebbe una sega mentale per me, scusa l’espressione.
E’ anche vero però, come dicevi prima, che tu le poesie le scrivi perché le senti per te stesso e non le scrivi per gli altri..
Assolutamente sì. E’ perfettamente coerente come discorso. In questo senso diventa una masturbazione, capisci.. Se io scrivo per me e la poesia mi piace la rendo pubblica, ma se rendendola pubblica non condivido questa gioia rimane una masturbazione. E’ questo il senso della condivisione. Facciamo l’amore insieme avrà un senso.
Perché per Cinaski il sorriso è l’unica cosa che conta?
Perché l’ho perso. I miei denti sono andati! (sorride) Il sorriso è un’arma ed è l’unica cosa che conta perché è molto meglio di una stretta di mano, di una presentazione scritta bene. Una persona che sorride ti mette a suo agio, con me ha sempre funzionato sempre così ed io sono così di natura, mi piace sorridere e non provo vergogna o timore. Mi fido di più di una persona che mi sorride, nonostante non sia così per tutti, perché probabilmente penso che abbia la buona educazione e la discrezione di piangere in privato. E’ il pianto pubblico che è imbarazzante e devastante per certi versi. E’ brutto condividere le lacrime se non con la persona che ami e già quello è difficile.
Sul tuo blog scrivi: “Il figlio del tempo non saprà mai di quale destino è padre. L’idea di una paternità è solo un’idea di sopravvivenza… e l’idea della sopravvivenza è solo un’idea.” Cosa vedi dopo la morte?
Penso la vita, un’altra vita o questa ancora, dimenticandomi di tutto e rivivendo tutto dall’inizio. Credo nella metempsicosi e voglio credere che dopo la morte ci sia la vita, ci sia come la fine del primo tempo di una partita qualunque, non necessariamente di calcio, basket o pallavolo o sia solo un set questo di tanti set da giocare. Per me questo set sta finendo a pari.
Non ti dispiacerebbe se tu non avessi più, nella prossima vita, questo tuo modo di sentire e se perdessi il Cinaski vero e proprio che ti governa dentro?
No, perché non me ne ricorderei. Credo in una vita che non ha il ricordo della precedente per cui non saprei assolutamente nulla di quello che sono stato e se avessi fortuna ed esistesse la coerenza temporale potrei essere anche la stessa persona, magari donna, per me sarebbe anche più bello.
E se essere poeta volesse significare avere uno spazio diverso da quello degli altri dove è possibile percepire ciò che si è dimenticato del passato (pensiamo a Platone)? E se tu potessi portare con te questo dono e quindi Cinaski..?
Questa è fortuna.
Vuoi dire che il poeta è fortunato?
Può esserlo se ti capita una cosa del genere, ma non a tutti capita. L’Italia è piena di poeti e di scrittori, ma nessuno lo è veramente. E’ piena di attori forse e molti sanno recitare la parte del poeta, anch’io potrei darti questa impressione in questo momento, ma se ci credi è perché traspare da come scrivi e non da come vai in giro e da come ti vesti, soprattutto da come reciti le tue cose. Io a volte mi commuovo leggendo le mie cose, odio il pianto pubblico e mi sforzo di non farlo. Ci sono parole e pensieri che vanno a toccare corde che so come sono nate. Lì sta la verità della comunicazione ed è ancora più pericolosa della conoscenza sentimentale che è il contrario dell’ignoranza sentimentale di cui parlavamo prima.
Strehler diceva che di attori ce ne sono tanti. Gli attori nascono, muoiono e ci si ricorda di loro relativamente, mentre i personaggi che interpretano no, loro sono insostituibili ed eterni come i poeti…
E’ verissimo. Tutti ci ricordiamo dei nomi dei poeti…
Perché ti definisci un egocentrico e uno sbruffone?
Nello stesso momento in cui una persona sale sul palco a recitare le sue cose, a cantare o a leggere, deve necessariamente essere egocentrico. In qualunque forma di comunicazione c’è una forma di egocentrismo, altrimenti non avrebbe senso farlo. Sbruffone perché … io prima mi ubriacavo molto spesso e volentieri, non è che adesso non lo faccia più, ma lo faccio in maniera più mirata e più accurata, bevo meglio a livello qualitativo. Poteva sembrare, dopo il decimo cuba libre, che io fossi uno sbruffone, ma in realtà ero solo un timido egocentrico ubriaco che diventava egocentrico e sbruffone. Sono andato avanti così per molti anni e qualcuno può averci anche creduto perché non è andato oltre, la donna che poi ho sposato è riuscita ad andare oltre e a vedere cosa c’è dentro. Io bevevo per nasconderlo e ogni tanto lo faccio ancora.
Hai dei figli?
No, non ne voglio. Vorrei una figlia, ma non ho la garanzia che sia femmina perciò non la faccio.
Perché una figlia e non un figlio?
Perché io mi trovo molto meglio con le donne e se avessi una figlia sarebbe la cosa più bella che ho scritto. Uso il presente perché non è mai detto. Mi piacerebbe. Può darsi che la faccia un giorno o l’altro. Mi piace l’idea di confrontarmi con una donna, come sto facendo anche con te in questo momento. Se tu fossi stata un uomo te l’avrei concessa l’intervista, ma non avrei accettato quaranta domande.
Sei carinissimo…
E poi mi piace regalare le scarpe con il tacco.. Se avessi una figlia gli unici regali che le farei sarebbero le scarpe con il tacco perché odio che scarpe basse. Io ho una mia teoria sulle donne che ti spiegherò più avanti … Esiste la donna sciarpa e la donna… Te la spiego dopo..
Non puoi lasciarmi la curiosità. La donna sciarpa chi è? E l’altra donna?
La donna sciarpa è quella donna che s’innamora facilmente e durante l’inverno ti fa molto comodo averla vicino perché ha l’effetto sciarpa, lei è sempre attaccata a te, ti fa tante coccole, però non si rende conto che poi arriva l’estate e la sciarpa scalda troppo e fa sudare. L’atro tipo di donna non ha un nome preciso, ma si differenzia in due categorie: donne con il tacco e donne con le scarpe basse. Le donne con le scarpe basse mi fanno molta paura perché sono troppo pronte e veloci per raggiungerti e per scappare, invece la donna con il tacco ti sta al fianco o alla dovuta distanza senza avere la possibilità di correre per raggiungerti o per scappare. Il tacco aiuta la convivenza, il rapporto, in tutti i sensi, anche quello estetico, piace molto e tiene a bada. E poi le gambe delle donne sono meravigliose, perché non evidenziarle con un bel tacco, magari un bel 12.
Cosa significa per lei salire su un palco?
Vuoi la risposta più sincera che mi viene di getto? Significa poter pagare le bollette. Punto. Non c’è nessun altro tipo di giustificazione.
Non ti dà emozione salire su un palco?
No.
La tua emozione più grande è di certo scrivere…
Sì. L’emozione ce l’ho quando nasce una poesia. Mi tremano le mani quando ho scritto una cosa che è bella e mi piace, non vedo l’ora di condividerla, in questo caso, con mia moglie perché spesso la sveglio alle quattro del mattino e la scuoto dicendole che ho scritto una cosa nuova, bellissima e la devo leggere a lei. Quella è l’emozione più bella, sul palco non riesci ad averla. Il palco, in questo momento, mi serve per pagare le bollette.
Quindi la prima persona con la quale condividi le poesie è tua moglie…
In questo momento della mia vita sì e spero vada avanti per molto.
Hai scritto“La poesia è un’arma impropria… giochiamocela…” Perché è impropria?
Perché può fare anche male se è usata male. A volte la poesia ti porta, coscientemente o no, a denudarti, a buttare fuori i tuoi sentimenti veri, i tuoi pensieri più intimi.. E’ un’esigenza che hai se sei veramente un poeta, non puoi avere filtri e non puoi nasconderti. Ti viene voglia di scrivere quella determinata cosa e quella determinata cosa in quel momento è impropria perché non avresti voglia di dirlo, ma hai il dovere di dirlo. Giochiamocela quindi, può andar bene o andar male, ma io devo dirlo.
Che rapporto hai con il teatro?
Ho appena finito un laboratorio di teatro su un autore che ho scoperto proprio in questa occasione. Lui si chiama Ramon de Lavalle Inclain, lo spettacolo è Luci di Boheme. Il testo è molto bello e appartiene ad un teatro di ricerca, di avanguardia, per certi versi sperimentale, con molta fisicità ed io, come sai e come vedi, ho abbandonato la fisicità da tempo. Dieci giorni di laboratorio molto intensi che mi hanno insegnato molte cose dei teatranti e del teatro.
Cosa ha rappresentato per te l’incontro con Vinicio Capossela?
Un gran mal di testa perché ci siamo incontrati al bancone di un bar e il giorno dopo avevo questo grande mal di testa. No. Vinicio è ancora oggi se non il mio migliore amico, uno dei miei migliori amici come io reputo di essere per lui. Un incontro umano eccezionale. Lui è una persona geniale, al di là del lato artistico. Raramente parliamo di cose sue o di cose mie. Ci confrontiamo più su situazioni sentimentali reciproche, cosa che facciamo molto spesso. L’incontro con lui non ha rappresentato una svolta vera e propria, piuttosto mi ha aiutato a prendere coscienza di quello che volevo fare da grande. Se non avessi incontrato Vinicio avrei continuato a scrivere per me stesso e basta, invece tramite lui sono riuscito a dire al mondo che ci sono.
E’ importante incontrare le persone giuste nella vita? Esistono le persone giuste?
Probabilmente sì. Io credo di averne incontrata più di una: mia moglie, Vinicio, altri grandi amici come Folco Orselli, Flavio Pirini. Tutto il gruppo del Caravanserraglio è stato importante, con loro ho condiviso molta vita. Esistono le persone giuste, se poi è importante incontrarle questo non te lo so dire, di certo fa bene incontrarle, magari sono giuste per te e non per altri..
Collabori anche con il cantautore Folco Orselli, un amico con il quale hai condiviso lo stesso amore per la vita…
Sì, ma non è l’unico, li metto tutti sullo stesso piano, non faccio preferenze, anche con Vinicio. Loro sono la mia famiglia, una parte importante della mia vita e lo saranno sempre, almeno per me. Spero sia così anche per loro.
Hai mai collaborato o le piacerebbe collaborare con Alda Merini?
Non ho mai collaborato con Alda. Io la conosco, non so lei… Ci siamo incontrati due o tre volte. Non ho mai collaborato con lei e non vorrei mai collaborare perché sono dell’idea che non si debba collaborare tra poeti così come tra scrittori, magari tra musicisti si può fare. Tra poeti non si può fare perché c’è una visione talmente personale della vita che non ha senso condividerla con un’altra persona che prova altrettante valide emozioni. Mi piacerebbe un confronto con Alda, potremmo fare una bella passeggiata sui navigli.
Dopo aver letto il tuo racconto La missione mi chiedo quante missioni tu sia riuscito a portare a termine..
Io neanche una perché quella non era una mia missione, ma era la missione di mia madre per conto di mia nonna. Io non ho mai voluto neanche provare a fare delle missioni… perché non sono un messia!
Quanto contano per te le tradizioni e la famiglia?
Sono un romantico e anche un nostalgico in questo senso. Le tradizioni, non quelle della mia famiglia, contano tantissimo. Le tradizioni del Paese sono le tue radici e sono fondamentali per conoscerti, contano molto perché, essendo un innamorato del passato, mi piace vedere da dove vengo e a chi sono figlio e perché sono diventato così e cosa mi ha portato ad esserlo. La famiglia conta immensamente, quello è l’albero che è nato da queste radici.
Che mondo sarebbe senza la poesia?
Un mondo orfano, senza sentimenti, colori, odori. Un mondo molto più brutto e povero due volte. Povero in senso letterale e povero perché misero, perché avrebbe poco da raccontare. Io non lo voglio neanche immaginare senza poesia.
La poesia non è in tutto ciò che ci circonda, non è l’ingrediente principale di tutte le ricette della nostra società?
Accettiamo la definizione di Dio, così come è indicata negli scritti: Dio è in ogni luogo. Allora la poesia è Dio, se la poesia è in ogni luogo.
Nella vita ci vuole una dose maggiore di ironia o di follia?
Un giusto equilibrio. Bisogna dosare bene perché sono due ingredienti fondamentali. E’ giusto coltivare la follia, ma è giusto saperne anche ridere e se non hai il giusto equilibrio rischi di essere o troppo folle o stupido. Io sono cinicamente e ardentemente folle.
L’arte non è forse la certezza più grande della nostra esistenza?
Non lo so cos’è l’arte. Sai, questa è una domanda che non mi sono mai posto.
Intendevo dire, con la domanda precedente, che nella nostra società ogni individuo ha un compito ben preciso se pensiamo al salumiere, all’avvocato, al commercialista, all’imbianchino, mentre l’artista non deve eseguire un vero e proprio compito, bensì non fa altro che disegnare il volto la vita, osservando e vivendo il cuore della vita stessa…
Seguendo il tuo ragionamento potrei risponderti che l’arte è l’unica maestra di vita e t’insegna a comprenderla attraverso tutti i suoi settori. Di certo non ci sarà niente. Ho paura delle certe e se l’arte dovesse essere una certezza io non vorrei reputarmi un artista in questo senso. Quello che hai detto tu mi è piaciuto molto e riesco a vedere l’arte come maestra della vita, forse è la definizione più bella.
Se Milano fosse una donna che tipo di donna sarebbe?
Milano è una donna e per farti capire che donna è uso un termine di paragone. Uso come termine di paragone Parigi. Parigi è una donna bellissima che ti aspetta a gambe aperte. Milano è altrettanto una donna bellissima che ti aspetta a gambe accavallate. Per fare in modo che si conceda Milano, in quanto è una donna bellissima, devi corteggiarla molto e ci vuole molto impegno affinché quelle gambe non siano più accavallate. Una volta che ce l’hai fatta e ti si concede Milano vale quattro volte Parigi, non a livello architettonico, ma per la sua storia che pochissimi conoscono ed è meravigliosa. Una delle cose che amo di più è quando riesco a guardare il cielo, in quel momento mi viene in mente l’espressione di Manzoni che in dialetto milanese diceva che il cielo di Milano quando è bello è bello. Manzoni aveva proprio ragione, ma lui si riferiva al momento in cui si riesce davvero a guardare il cielo, quando uno lo sa guardare. Mi rendo conto di vivere a Milano, una città che merita doverosamente tutta la mia attenzione. Sono felicissimo di vivere qua. Questa non è una città palese come Roma, Milano si nasconde ed è bellissimo giocare a nascondino con la propria città, andando a scovare i suoi sentimenti che lei sa dove sono, ma tu no. Ci sono delle viuzze a Milano che sono delle cose meravigliose, piccoli affreschi e bomboniere. Tu devi camminare e camminare per trovarle.
Hai scritto : ”Non ci interessa vincere così non avremo niente da perdere.” Cosa significa per te vincere nella vita?
Non avere niente da perdere.. – risata fragorosa – No, vincere significa avere solamente qualcosa da perdere in questo caso perché non è la teoria del perdente che è forse più affascinante rispetto al vincente, anche se poi il vincente sembra quello che vinca nella vita. Non è fondamentale vincere perché non è fondamentale partecipare. A me interessa osservare in modo partecipe o anche no. Questo non vuol dire essere distaccati o essere cinici o nichilisti, ma lasciar fare e partecipare in questo senso m’interessa di più. Vivo la vita lasciando fare a lei quello che vuole fare. Di mio ci metto il mio, ma non è una partecipazione attiva, ma neanche passiva. Non so se riesco ad essere chiaro. Sono protagonista di quello che accade, ma non faccio in modo che accada. In questo senso non m’interessa vincere, ma vivere. La cosa più importante è vivere. Chi si limita a vivere non vince e non perde, ma sta facendo semplicemente quello che deve fare. In tal modo non hai bisogno di alibi. Sant’Agostino diceva: “Ama e fa ciò che vuoi.”
Sei stato uno degli ideatori e fondatori, nel 2001, del gruppo musical-poetico milanese Caravanserraglio. E’ stato definito un circuito sotterraneo, più di passaparola che di gran pubblicità. Quale futuro vede per questo genere di espressione culturale?
Basta vedere che il Caravanserraglio è morto! Non vedo un gran futuro. E’ bella come forma espressiva di comunicazione e lo è stata e lo sarà comunque in altre forme e con altre persone. L’aggregazione con altre persone e l’incontro e lo scambio tra vari generi come il cabaret, la musica, la poesia è fondamentale per la crescita di una società e anche di una piccola comunità. Il futuro non lo vedo roseo perché le caste ci sono ormai dovunque nel giornalismo, nella musica… Siamo ormai una società castigata e fustigata in questo senso. Fino a quando non si ha l’intelligenza di dare spazio e dare spazio non significa specularci e guadagnarci sopra, non ci sarà più niente di nuovo. Nessuno ci avrà più voglia di fare due anni di sacrifici pensando poi di farcela. Se pensi che il Caravanserraglio è stata per cinque anni una delle serate più belle di Milano… Nessuno si è avvicinato a noi per dirci che stavamo facendo una bella cosa e per proporci una soluzione. Sto parlando di giornali e tutti i vari media. Non perché volessimo andare chissà dove, ma se fai una cosa non la fai per te stesso, non è una vetrina vera e propria, anche perché lo spazio è aperto a tutti. Avevamo continuamente richieste di partecipazione. Siamo partiti in sei e alla fine dovevamo essere venticinque o ventisei persone in giro, per cui la fame c’è di cose di questo genere. Era diventata difficile gestirla perché c’era troppa voglia da parte di molti di fare perché era uno degli spazi in cui si poteva fare quello che si voleva, chi veniva lì se ne rendeva conto. Fino alle cinque del mattino potevi fare veramente quello che volevi in tutti i sensi. Faremo l’ultima serata entro metà novembre, quella da Dio, perché la Casa 139 di via Ripamonti ha cambiato gestione e noi, per salutare i proprietari che hanno condiviso con noi per cinque anni Caravanserraglio, abbiamo pensato di fare l’ultima serata di saluto.
Ci sono altri posti dove potete fare Caravanserraglio..
No, non lo rifaremo. Abbiamo deciso insieme di non farlo più perché ognuno di noi ha preso la propria strada.
Proporre qualcosa di nuovo?
Di nuovo ci sono i Bastian Contrari e il Pentesilive che ti segnalo.
Mi puoi raccontare come è nata la serata d’incontinenza romantica, il tributo al giornalista Beppe Viola?
Il nome esatto è Beppe Viola, anche se adesso si chiama Vite vere comprese la vostra, uno spettacolo che trae il nome dal titolo di uno scritto del giornalista. Faremo una serata a Radio Popolare il 17 Ottobre che ricorre il 25° anniversario della morte di Viola. La serata d’incontinenza romantica è nata da un grande amore da parte mia e di Gianluca De Angelis nei confronti di quest’uomo che io considero ancora oggi come uno dei più grandi umoristi che abbiamo avuto in Italia, una delle penne più felici. Lui ha regalato tanto al mondo sportivo, suo malgrado, perché anche lui doveva pagare le bollette e un po’ di soldi se li aveva giocati ai cavalli, per cui doveva pagare anche i debiti di gioco. Chi verrà a scoprire il mondo di Beppe Viola ritroverà la Milano anni ’70, la Milano dei bianchini spruzzati con il Campari, la Milano di notte dove era ancora possibile camminare all’uscita del Capolinea dopo aver visto Chet Baker suonare, una Milano che ora purtroppo non c’è più. Prova ora a camminare di notte vicino alla Stazione Centrale..
Scrivere è un’ossessione o una dichiarazione d’amore?
Scrivere non è un’ossessione, né una dichiarazione d’amore. Scrivere è un amplesso, è una maniera di fare l’amore, è una maniera di accarezzare la vita, non è un’esigenza vera e propria, quando arriva arriva. Scrivere è un bisogno quasi fisiologico, almeno per me. Ci sono anche periodi lunghi in cui non riesco a scrivere niente. Non ho un metodo o una tecnica come la poteva avere Jack London che scriveva dalle otto di mattina a mezzogiorno ventiquattromila parole e poi selezionava il meglio. Per me non ha senso. La poesia quando arriva arriva, soprattutto la poesia. Essa viene, ti chiama, ti sveglia, ti alzi e scrivi. Non puoi metterti a tavolino e pensare di scrivere una poesia.
La poesia è una Musa o è qualcosa nascosta dietro la Musa?
Non la vedo in maniera così eletta. La poesia è l’ingrediente necessario per poter vivere una vita che abbia un senso di essere vissuta. La poesia è quella che ti consente di vedere il bello e il brutto, di annusare i profumi, gli odori, ma anche le puzze. Lei fa da filtro, non fa da filtro chi la scrive.
L’improvvisazione non è forse la parte più estrosa dell’artista?
No, è l’arte di sapere vivere, l’arte dell’adattamento. Per dirlo all’italiana è l’arte di arrangiarsi. La parte più estrosa dell’artista si vede sotto le lenzuola..
Ti definisci un fotografo delle emozioni, un reporter. Perché la nostra società, secondo te, sta vivendo una crisi culturale dove conta più la forma che il contenuto?
Se sapessi rispondere a questa domanda avrei trovato la soluzione. Il perché non lo so. Tutti ci limitiamo a constatare che è così. L’apparire conta più dell’essere. Già a suo tempo Erich Fromm aveva sottolineato molto bene la differenza tra avere ed essere. Secondo me la causa è dovuta a una gravissima carenza a livello infantile. La società non sa educare i propri figli piccoli per fare in modo che poi diventino degli uomini sani, seri. Manca a questa società l’educazione civica per cui noi siamo un prodotto di quello che abbiamo insegnato.
Nella tua vita deve dire grazie a qualcuno?
Sì, qualche grazie sicuramente sì, ma proprio per la vita e non per quello che ho scelto di fare. La risposta è sì. Però l’ho già fatto e lo continuo a fare anche attraverso i miei scritti. Alcune persone non ci sono più e altre ci sono ancora.. La gratitudine è una cosa che io nutro molto volentieri e la esprimo anche.
Non si può chiedere a un poeta quando ha deciso di fare il poeta, perché il poeta nasce poeta. Quando hai deciso di dedicarti esclusivamente a questo? Quando hai potuto permettertelo?
Se parliamo in termini materialistici io ho fatto mille lavori. Ho fatto il pizzaiolo, il fattorino, lo studente, lo sdoganatore di merci, ho lavorato per un’agenzia di pratiche consolari, ho fatto il giornalista a tempo perso. Non c’è stato un momento particolare in cui ho detto: “Adesso faccio il poeta.” Io mi sento poeta, sono poeta. Ho deciso di farlo come mestiere, se vogliamo usare questa espressione, quando mi sono reso conto che, facendo la cosa che amo di più a questo mondo che è scrivere poesie, riuscivo a pagarmi qualcosa e a vivere anche in maniera dignitosa senza fare la fame. Perché non provare a farlo a tempo pieno? Sono, in tal modo, felice e contento e posso davvero dedicarmi con tutte le energie a questa cosa nonostante io sia un accidioso, un monumento alla pigrizia, ancora più di Troisi per certi versi.. Non c’è stato un momento preciso. Quando mi sono reso conto che potevo mangiare e pagarmi le bollette ho deciso di farlo.
Ad un poeta potrebbe bastare il suo cuore per dirigere la società dei valori?
Il suo cuore?? No, perché non è un ruolo che spetta al poeta. Può avere anche un cuore grande quanto l’Europa, ma no.. Il poeta deve fare il poeta. Il poeta è un ricercatore, deve segnalare, osservare, dare delle indicazioni. Se il poeta si mette a dirigere diventa un politico!
E un filosofo potrebbe governare?
No. Il filosofo è molto vicino alla figura del poeta, anche se è molto meno utile. Il filosofo interpreta la vita, il poeta t’insegna a viverla, a comprenderla, a sentirla. Il filosofo ti rende possibile interpretarla e a volte te la vuole fare interpretare come dice lui. Il poeta no, si limita a riportare l’osservazione. Il poeta è men che meno di un dirigente.
Ci vorrebbe un po’ di poesia nella politica.. I politici ne avrebbero bisogno
I politici hanno bisogno di molto altro…
… e di cuore anche?
No. Qui non parliamo di politica. Ti rispondo come Bukowki che ha scritto che cercare di capire la politica è come cercare di metterla in culo a un gatto.
Il poeta è colui che rimane estasiato quando la vita si manifesta…
E’ mia???? L’ho scritta io .. (grande risata) certe cose che non me le ricordo. A me capita, grazie a Dio, molto spesso trovarmi sorpreso, estasiato, spiazzato di fronte a una manifestazione di vita.
La prima poesia che hai scritto?
Non ricordo. Da quando ero piccolino e ho preso la prima penna in mano ho cominciato a scrivere i primi pensierini, le lettere di Natale… Mi piaceva tantissimo.
Cosa ci libera di più dai condizionamenti del mondo esterno: l’istinto o la fantasia?
La fantasia, assolutamente. La fantasia è la derivazione pura di quella follia mista a quel senso di ironia di cui parlavamo prima. Essa ti porta dove non dovrebbe portarti a volte, ma quando ci riesce portarti soprattutto lì dove abbiamo detto prima è meraviglioso.
La fantasia non è mica la poesia..
No, sennò cade tutto quello che ho detto finora.
Nella poesia c’è più realtà che fantasia..
Sì. Leopardi guardava la Ginestra e ha scritto quello che ha scritto, ma non ha scritto con fantasia, ha descritto i sentimenti suoi di quel momento. La fantasia serve a vivere la vita in maniera poetica.
La fantasia è l’infinito (anche quello di Leopardi)..
La fantasia è l’infinito.
Tutto il resto è verità?
Tutto il resto è noia, grande Califano. Preferisco Califano a Leopardi.
Perché la società non premia quanto merita l’artista?
Perché la società non è in grado di riconoscere l’artista e il suo ruolo. Guarda che fine hanno fatto le persone che più amiamo e stimiamo, come Pasolini, Van Gogh… La società non sa riconoscere l’arte e la colpa è anche dell’artista.
Cosa dovrebbe fare l’artista?
L’artista (soprattutto il poeta) ha il dovere, non voglio usare il termine missione, di insegnare a vivere la vita in un certo modo. Chi ha questo ruolo e lo sa vivere può insegnare ad un altro a farsi riconoscere.. Il problema è che ce ne sono troppo pochi e quindi la società non ha ancora imparato a riconoscere l’artista in quanto tale, riconosce solo tanti millantatori.
La società non ha imparato o forse ha dimenticato..? Un tempo erano più apprezzati gli artisti..
Erano più apprezzati perché la società era diversa ed era fatta da artisti. Dante è stato anche un politico.
Ci sono meno artisti rispetto al passato?
Sì, nel senso più pieno del termine.
Giusy Nicosia
Yorumlar
23 Kas 2009 13:39
Ma non sempre si trova in tempo il modo di prendere d'anticipo il mattino...
Buon genetliaco Mr.Pall
E che si riesca sempre, ancora a "correggerla, la vita".
Che liscia, come diceva il poeta, ........
CariSalùt!
Nut
19 Kas 2009 20:43
19 Kas 2009 17:23
19 Kas 2009 16:45
Respect,
g.
19 Kas 2009 08:14
18 Kas 2009 17:47
A chent'annos!
Nicola
17 Kas 2009 12:44
per san valentino....per te che godi a minacciare il sole con una
pistola ad acqua festeggia sempre i non compleanni............
Ele
17 Kas 2009 02:03
---Marina
16 Kas 2009 13:36
le tue parole sono belle perché ti somigliano e quindi sono sincere
sinceri auguri,
buon compleanno
16 Kas 2009 09:59
10 Kas 2009 20:33
9 Kas 2009 13:53
5 Kas 2009 16:39
1 Kas 2009 12:39
Lui : Lord Theremin anche poeta ?
L’altro : Ma va la. ma va la impossibile....
Lui : Noo davvero, vai a leggere la sua prima poesia della raccolta
" Poesie da leggere con la erre moscia "
L’altro : Ma dove la trovo ?
Lui : nel suo nuovo Blog su maispeis.
L’altro : ma è gratis ?
Lui : Si però gratis devi dirlo con le erre moscia sennò non vale
L’altro : azz ci vado subito grazie
Lui : si ma grazie devi dirlo con la erre moscia
L’altro : a e vero scusa
27 Eki 2009 17:42
ma il tuo play decide da solo quale pezzo far ascoltare!?
Io clicco su Dylan e lui insiste su Suzanne...mah!Accontentiamoci, :)
Un cordiale saluto,
rad
20 Eki 2009 09:54
sarà sepolta dai debiti
Quando io sarò nella mia stanza
sognando mio padre e mio figlio e
tutto quello che non c è
Lei entrerà come un sogno
vestita di blu
e come una carezza di miele dirà:
"Ciao..sono qui".
GRAZIE CINA!!
15 Eki 2009 08:28
13 Eki 2009 17:22
questo è il mio pane.
Il bacio di Giuda sarà dato. Chi scrive ha
una lancia puntata sul cuore.
Manuel Alegre
10 Eki 2009 17:18
;]
10 Eki 2009 15:28
19 Eyl 2009 11:07
farò di tutto per venire stasera...
Un bacione
Giusy
P.s.
18 Eyl 2009 16:30
Buona serata
18 Eyl 2009 13:59
17 Eyl 2009 09:23
Banda Elastica Pellizza.
P.s. Ti ho inserito nella TOP accanto ad Orson Welles, spero tu gradisca la compagnia...!
10 Eyl 2009 15:10
e lascio un
Salùt.
M.