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Essere testimoni del proprio tempo. Lucidi, critici, cinici. Disincantati. Manifestare senza reticenze il proprio dissenso. Senza falsi pudori. Mostrare il rovescio della medaglia. Smascherare le «insegne luminose», offendere gli «allocchi».
Sono questi gli imperativi etici che muovono Mapuche.
Negli ultimi anni in Italia si assiste a un nuovo ritorno in auge della figura del cantautore. In forma più o meno lo-fi, più o meno elettrica. Più o meno ipocrita. Perché nella maggior parte dei casi si tratta di un semplice fatto di moda, di una nuova forma di esibizionismo-narcisista nell’era in cui la crisi del settore discografico impone di spremere il limone finché c’è succo. Ciò che spinge i giovani sedicenti musicisti – anche e soprattutto quelli che vorrebbero passare per “impegnati” – è soltanto, come direbbe Pasolini, un «informe desiderio di partecipare alla festa». Accaparrarsi una fetta di torta, prima che tutto finisca.
Mapuche si mantiene ai margini di questa vana e miserabile baraonda. La osserva alla giusta distanza, la smonta impietosamente e, con la saggezza di un cane randagio, ci piscia sopra. Non ama leccarsi le ferite, Mapuche. Preferisce vomitare la sua rabbia, il suo disprezzo, la sua non-accettazione dello status quo adoperando strumenti inediti per la tradizione della canzone d’autore italiana: feroce (auto)ironia, nonsense corrosivi, accostamenti assurdi e surreali. Parole crude e rime caustiche, incastonate in strutture metriche-ritmiche cesellate con perizia, e una voce, come direbbe Claudio Lolli (insieme a Flavio Giurato, Rino Gaetano e Faust’O, uno dei suoi rari mentori), «piena di ragni, di granchi, di rane, e altre cose un po’ strane». Una voce da «regno dei più», uno sguardo non-riconciliato su questo presente disastrato. Una chitarra scordata, ma che colpisce al cuore e scuote i nervi.
Mapuche è un pugno nello stomaco. Mette in crisi l’ascoltatore e lo costringe a misurarsi con la propria meschinità e con l’insensatezza del mondo in cui (non)vive.
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