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dal Blog di Luca Sofri
Più nero che azzurro
Giornata piena per il presidente dell’Inter, ieri. Mentre i suoi tifosi festeggiavano a Milano, i suoi legali chiedevano il sequestro di “Oil”, un film dedicato allo stabilimento petrolchimico di Sarroch in Sardegna. Se contenga abusi formali non so, ma le questioni sostanziali valgono la pena di essere raccontate.
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www.wittgenstein.it/2009/05/18/piu-nero-che-azzurro/
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Venerdì 15 Maggio 2009
ore 20.30
Sala Cosseddu
Via Trentino - CAGLIARI
c/o Comitato Studentesco Pesa
Universidade de Sardigna
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Sabato 16 Maggio 2009
ore 18.00
Sala Anselmo Spiga della biblioteca comunale
(ex Montegranatico)
Via XI Febbraio a San Sperate - CA
c/o L’Associazione GRAMSCI
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Domenica 17 Maggio 2009
ore 20.30
Teatro Civico di Cagliari - Castello
(Via Mauro De Candia)
c/o L'Associazione Atrio di Quartu S.Elena
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verrà proiettato il film di Massimiliano Mazzotta:
OIL
www.oilfilm.it
interverranno:
Antonio Caronia
(Docente di Comunicazione multimediale, Accademia di Brera)
regista Massimiliano Mazzotta
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********************************************** OIL sinossi - ITA ********************************************** In viaggio, in vacanza, a molte persone capita di attraversare, velocemente e tappandosi il naso, paesi come Sarroch. Alcuni possono essere attraversati dall’idea di fermarsi a vivere un breve periodo. Conoscere donne, uomini, ragazzi, bambini, pensionati. Entrare nei luoghi di lavoro e ospitati nelle case. Ascoltare gli abitanti di questo paese, le esperienze di vita e di lavoro. Com’è vivere e lavorare qui? Avendo come vicino di casa un’industria a forte impatto ambientale, che non necessita di un elevato numero di lavoratori (escludendo interventi di manutenzione concentrati in alcuni periodi dell’anno). Respirando per 365 giorni all’anno quello che esce attraverso la fiamma perenne delle fiaccole e dalle numerose ciminiere -anidride carbonica, ossido di azoto, biossido di zolfo, acido solfidrico- la cui emissione è da pochi anni monitorata da centraline aventi gestori diversi: industria, Comune ed ARPA al momento non attiva in seguito al passaggio di consegna dalla Provincia di Cagliari. Dal 2000 le scorie di raffineria sono considerate fonti “assimilate” alle rinnovabili (92/CIP 6). I dipendenti del gruppo SARAS e di POLIMERI EUROPA ricevono un’adeguata formazione in materia di tutela e sicurezza sul lavoro ed esiste un efficiente piano di emergenza interno. I dipendenti esterni di nuova assunzione ricevono una formazione della durata di due ore, e direttamente sul luogo di lavoro in base alla mansione da svolgere. Per gli abitanti di Sarroch non esiste un piano di sicurezza con corsi e prove di evaquazione. Negli ultimi anni esiste un’inversione di tendenza con un ritorno all’agricoltura (coltivazioni in serra) e la volontà di rilanciare l’industria turistica, attività che negli anni hanno subito una riduzione del loro spazio di attività anche per l’assenza totale di garanzie sulla qualità dei prodotti. Gli abitanti di Sarroch non chiedono la chiusura della Raffineria ma la difesa della salute di chi lavora dentro e di chi vive fuori. ********************************************** OIL synopsis - ENG ********************************************** While travelling, on holiday, many people happen to pass by places like Sarroch and quickly hold their noses. Some people may ponder on the idea of stopping by there for a short time. Getting to know women, men, youngsters, kids, pensioners. Entering into their workplaces and staying at their homes. Listening to the inhabitants of this place, their work and life experiences. What’s it like to live and work here? Living next to an industry with a strong environmental impact, which doesn’t need a great number of employees (excluding maintenance work that is concentrated in certain periods of the year). Breathing what comes out of the constant flames and chimneys for 365 days – Carbon Dioxide, Nitrogen Oxide, Sulphur Dioxide, Hydrogen Sulphide – emissions which have been monitored for a few years now by stations with different managers: the industry, the Municipality and ARPA, which is currently inactive as it is passing into new management at the Cagliari Provincial Office. Since the year 2000, waste products from refineries are considered “assimilated” sources for renewable energy sources (92/CIP 6). The employees of the SARAS and POLIMERI EUROPA groups receive adequate training on the subject of security and safety in the workplace and there’s an efficient emergency escape plan. External employees who are newly employed have two hours training directly in the workplace, depending on the task they must carry out. For the people of Sarroch there is no safety plan with courses and evacuation drills. In the past few years there has been a reversal of tendencies, with a return to agriculture (greenhouse farming) and the desire to re-launch the tourist industry, both of these being activities that have seen a rapid decline because of a total lack of guarantee on the quality of products. The people of Sarroch don’t ask that the refinery be closed, but ask that the health of the people inside and outside of the refinery be defended. ********************************************** ********************************************** Sacrificati al «dio petrolio» di Gianni Olla ********************************************** ********************************************** CAGLIARI. «Milano», dice un pastore di Sarroch, con un sorriso amaro, che non si fa illusioni sul miglioramento dei rapporti tra il grande Moloch dell’industria petrolchimica isolana, la Saras della famiglia Moratti, e la popolazione locale. Siamo nel prefinale di «Oil, la forza devastante del petrolio», un bel documentario di poco più di un’ora girato dal regista leccese-milanese Massimiliano Mazzotta tra il 2007 e il 2008 e presentato con crescente successo sia a Sarroch che a Cagliari. Il tema specifico di questa sequenza riassume, in qualche modo, il senso del film-documentario, così come dichiara lo stesso regista: «Le misure di sicurezza della pratica quotidiana, che impediscono alla più grande raffineria d’Europa o meglio al grande polo petrolchimico del sud ovest della Sardegna, di inquinare meno, produrre meno tumori e meno malattie respiratorie, essere in grado, anche attraverso strutture sanitarie adeguate - da tempo si parla di costruire un piccolo ospedale - di monitorare la salute di operai e abitanti». L’approccio alla tematica principale, in realtà, parte da un normale senso di sorpresa - anche questo racconta il regista - nell’incontrare, durante una gita verso le spiagge di Pula e Chia, il Moloch. E qui si potrebbe ricamare a lungo, prendendo la Saras - per la sua posizione isolata tra spiagge e ville - come emblema di una impossibile riconciliazione tra i sardi e la mutazione industriale della propria terra. Trent’anni fa era stato il poeta e scrittore Francesco Masala a coniare la fortunata definizione di «Dio petrolio» come nuova illusione palingenetica dei sardi. E poiché il documentario di Mazzotta recupera, nelle parti iniziali, anche diversi filmati e fotografie di repertorio dedicate alla nascita e all’inaugurazione della Saras (1965/1967), si potrebbe aggiungere a quelle immagini un bel numero di cinegiornali dell’epoca che raccontano, quasi fossimo in un film a soggetto, la nuova vita di ex pastori che si recano, in automobile, a lavorare in Saras ed esprimono una grande felicità al pensiero di non star più sulle montagne, di notte, a sorvegliare le pecore. Ma quest’approccio storico viene subito messo da parte dal regista: la mutazione c’è stata ed certo definitiva e non è il caso di aver nostalgia per la Sardegna di trent’anni fa, ma semmai di pensare che oggi è necessario rifiutare il ricatto - presente anche in altri celebri siti industriali isolani - che elargisce il lavoro solo in cambio della cattiva salute. Non a caso i protagonisti del film sono in larga parte i giovani di Sarroch, tra i cui profili potrebbe essere rintracciato persino il protagonista di «Jimmy della collina» di Enrico Pau, il cui riferimento ambientale e scenico è proprio il dualismo integrazione-rifiuto. Ma il documentario non sposa certo la tesi estrema del rifiuto: operai - molti dei quali coraggiosi testimoni di fatti e misfatti - e non, alcuni figli o amici di lavoratori morti di cancro o di altre patologie che possono essere messe in relazione con le condizioni di lavoro in fabbrica, semplicemente scardinano, come dice orgogliosamente lo stesso Mazzotta, il muro del silenzio. Questa caduta del muro, nel film, trova una sorta di innesto narrativo in due episodi. Il primo è la ricerca del prof. Biggeri, incaricato dall’amministrazione comunale di un’indagine epidemiologica sulla popolazione del paese (lo stesso Biggeri ha accompagnato il film assieme a Antonio Caronia, collaboratore di Mazzotta e docente all’accademia di Brera); il secondo è il funerale di Gigi Vaccargiu, un giovane di 31 anni morto di cancro che lavorava per una ditta esterna. Mazzotta ci tiene a precisare una sorta di ulteriore sorpresa: «Una volta deciso di affrontare la fabbrica, ho dovuto fare i conti con il dilemma della famiglia Moratti, proprietaria della raffineria. Non c’è stata nessuna contestazione dei dati del professore Biggeri, solo un tentativo di vedere il film in anteprima per evitare sorprese, ed ovviamente io ho risposto che non era possibile. Ma mi chiedevo come mai, questa famiglia potentissima, dagli interessi politici trasversali tra destra e sinistra e persino con agganci tra i verdi, sia così insensibile al rapporto con la popolazione e con la salute degli operai». Forse la risposta al quesito è in qualche dichiarazione, pubblica e privata, delle persone che accettano di comparire nel film: «Quando la Saras sostiene i politici locali, loro stanno zitti; quando non lo fa, sbraitano sui pericoli per la popolazione». Diviso in capitoli che mettono in relazione i temi più scottanti con i cicli lavorativi della fabbrica - o delle fabbriche, visto che nell’immensa area industriale vi sono altre aziende chimiche, tra cui l’Eni - «Oil, la forza devastante del petrolio» ha anche la sua importante rivelazione che apre le porte a scenari inquietanti: la Saras, come si sa, produce un terzo dell’elettricità consumata nell’isola (e obbligatoriamente acquistata dall’Enel) attraverso l’utilizzo degli scarti di lavorazione. Questa scelta non è neanche criticabile se non fosse che il celebre decreto Cip/6 la cataloga come produzione di energia rinnovabile e pulita. Ha ragione l’ex presidente Renato Soru a sottolineare pacatamente che il decreto governativo, mai abrogato, impedisce alla Sardegna di poter puntare in maniera massiccia sulla vera energia rinnovabile e pulita: solare e eolica.

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********************************************** OIL_IL POTERE E LA DIGNITÀ ********************************************** Resoconto di una chiacchierata con Antonio Caronia ********************************************** In Oil c’è un passaggio in cui il responsabile della comunicazione della raffineria Saras esprime in modo irritante ma sincero una delle tattiche comunicative più subdole e pericolose del mondo industriale riguardo alle conseguenze delle produzioni inquinanti sull’ambiente. Questo signore non usa mai il termine propaganda, ma in effetti ne presenta un modello molto astuto. Noi andiamo nelle scuole, dice, e spieghiamo il funzionamento della nostra industria, quello che produciamo e il modo in cui lo produciamo, e lo facciamo con l’aiuto di questo fumetto: e presenta un giornalino in cui c’è il personaggio di un gabbiano totalmente improbabile ed edulcorato, che ha il compito di introdurre i bambini alle problematiche dell’ambiente. Ci vuole una bella faccia tosta per andare a fare lezioni sull’ambientalismo quando gli effetti della Saras, come si vede nel resto del documentario, sono così devastanti sull’ambiente e sulla salute dei cittadini. Ma la frase chiave, che il dirigente e il gabbiano ripetono in continuazione, è questa: “Noi raffiniamo petrolio, e quindi produciamo energia, noi forniamo l’energia indispensabile per far funzionare il mondo moderno, la vita di tutti i giorni.” Che cosa si può opporre a un discorso del genere? Tu prendi uno dei luoghi più belli di questa costa sarda vicino a Cagliari, scegli una bellissima baia e ci fai questa cosa orrenda. Come tutte le raffinerie, certo; io sono nato a Genova, e ogni volta che andavo a Pontedecimo vedevo queste enormi torri, le raffinerie di Garrone… e quello era niente, la prima volta che ho visto da lontano il petrolchimico di Marghera sono rimasto esterrefatto, uno spettacolo imponente ma al tempo stesso tremendo. Be’, questo è il prezzo che si deve pagare, dice questo signore nel film, e usa due paroline magiche che dovrebbero convincere tutti, dice “progresso” e dice “crescita”. E questo è indubbio, l’energia è indispensabile per ogni aspetto della nostra vita, dall’illuminazione al frigorifero al computer. Però bisogna chiedersi, in primo luogo, se il prezzo che tutti paghiamo, e in primo luogo quelli che vivono vicino a questi templi della moderna religione dell’energia, non siano eccessivi, e se possano essere ridotti. Mi pare che coloro che vivono a stretto contatto con i luoghi di produzione dell’energia siano i primi che dobbiamo ascoltare, e questa mi pare proprio una delle cose più interessanti di questo film. Certo, i problemi sono spiegati sul piano scientifico in modo appropriato, sentiamo anche quello che hanno da dirci i funzionari della Saras, ma quello che conta soprattutto è che Oil dà la parola alle persone che vivono lì, che sono alle prese con i loro problemi (anche quello della morte), e noi siamo portati a comprendere i problemi dell’impatto della Saras partendo dal loro livello di coscienza. Ci sono naturalmente interventi molto belli, registrati in una assemblea pubblica, e c’è il professore da Firenze che spiega una cosa agghiacciante, che il contatto con tutto questo ambaradan di sostanze aliene immesse a forza nel loro ambiente ha addirittura modificato il DNA della popolazione: un danno reversibile, dice, siamo ancora in tempo per tornare indietro, ma comunque questa modifica c’è , c’è una modificazione genetica. Tutto questo lascia sbalorditi, detto com’è detto in modo niente affatto retorico dal professore di Firenze, e indigna, ovviamente, spinge a fare qualcosa. Ma quello che è più toccante e più sconvolgente è proprio l’esperienza degli abitanti e dei lavoratori della Saras, le loro riflessioni espresse con pacatezza ma con fermezza. C..è un’altra scena molto bella, un’intervista fatta a un ex-lavoratore, credo in pensione, all’interno di un’automobile … È bella perchè questa persona ha avuto una forma molto rara di tumore al colon, se non mi ricordo male, che adesso pare in via di remissione, quindi, tutto sommato almeno per lui si è risolta bene, Questa persona comincia a parlare in modo pacato, e dice “be’, certo la colpa, la causa della mia malattia non posso dire che sia proprio il lavoro che ho fatto, perchè ci saranno cause diverse, alcuni dicono che c’è una predisposizione genetica per questi tumori”. Quindi non accusa nessuno, sembra rimettersi a quello che gli hanno detto i medici, ma poi gli esce di bocca una sacrosanta verità scientifica: esce a lui che è una persona semplice, non certo uno specialista di medicina. E dice, certo, però a me sembra che la predisposizione sia un conto, e lo sviluppo reale della malattia un altro. Si può essere predisposti per una certa malattia, ma se non c’è qualche causa esterna che la scatena, la malattia non viene, o può anche non venire. Ecco, una persona così tranquilla che comincia dicendo, no, forse la colpa non è tutta del lavoro che ho fatto, mano a mano che spiega la sua storia, finisce per dover riconoscere quasi controvoglia che invece è proprio quello il punto, che è stato il suo lavoro. Il merito principale di Oil mi pare che sia questo: dare voce a chi non ce l’ha, a chi subisce per tutta la vita malanni, umiliazioni, inganni, raggiri, sfruttamento, a chi vive sotto la minaccia continua di un ricatto e produce profitti immensi in cambio di un salario modesto, eppure conserva una dignità che è tanto più ammirevole perché non si basa sulla proprietà e sull’agiatezza economica, ma sulla serena coscienza delle proprie ragioni. È la stessa dignità ostinata che ha consentito ai lavoratori di Porto Marghera di portare in giudizio il Petrolchimico: vent’anni ci hanno impiegato, e poi una sentenza discutibile ha vanificato tutti i loro sforzi, tranne proprio questo, la dimostrazione di una dignità che nessuna sentenza gli potrà togliere. È impossibile, dopo aver visto questo film, non augurarsi che qualcosa del genere possa accadere anche in questo caso. Certo, anche ai fini di una battaglia più generale per la salute e per l’ambiente, ma in primo luogo per ripagare in qualche modo questa gente, questa piccola comunità la cui vita è stata stravolta da una promessa di benessere e da una realtà di malattia e di morte, a opera di personaggi dotati di mezzi, di potere e di entrature a tutti i livelli, ma non della dignità di questi piccoli abitanti di Sarroch: neanche di una piccola frazione di quella dignità. Anche questo emerge chiaramente e nettamente in Oil, senza attacchi forsennati, senza retorica, ma solo col montaggio parallelo tra le parole dei pescatori, dei maestri, dei ragazzi al bar, delle donne, e la dimensione pubblica, la figura pubblica spettacolarizzata dei due fratelli Moratti, che vengono colti uno nel corso di una conferenza stampa o di una riunione aziendale (con questa assurda e irritante retorica del padrone della fabbrica che si presenta in tuta da operaio), l’altro a San Siro, durante una celebrazione della squadra in cui butta miliardi, nel corso di una piccola e avvilente manfrina con Celentano. Non c’è la retorica dei ricchi contro i poveri, qui, ma solo il contrasto freddamente evidenziato tra l’assoluta indifferenza ai problemi ambientali e umani che l’attività di queste aziende provoca, e la leggerezza, l’allegria e la spavalderia dei proprietari (non la leggerezza e l’allegria di chi pena per tirare avanti e si svaga al bar, ma quelle a buon mercato). Insomma, io credo che lavori di questo genere dovrebbero moltiplicarsi, e dovrebbero girare, essere visti, goduti e discussi. Questo è uno dei casi nei quali si vede bene come un sapere tecnico, espressivo, diciamo pure artistico in senso lato, possa andare d’accordo con una presa di posizione sociale, e sì, anche politica, nel senso autentico che questo termine dovrebbe avere, e che invece spesso non ha, o non ha più, nelle nostre società occidentali, in cui la “democrazia” si riduce al semplice meccanismo elettorale, e non alla considerazione e alla coscienza dei cittadini. La bellezza dei “personaggi” popolari di Oil che, come in ogni documentario, non “recitano” ma raccontano se stessi, non è l’effetto di trucchi di ripresa o di montaggio, non è il frutto della calza di velo che il nostro primo ministro pare faccia mettere davanti alle telecamere ogni volta che viene ripreso. È la qualità umana di queste persone che buca l’obiettivo e buca anche la nostra mente, passa nel nostro cervello e provoca empatia, ammirazione, indignazione. Certo conta anche (e molto) la forma linguistica che a quest’opera ha dato Mazzotta, ma solo perché è capace di rendere e di esaltare la qualità umana, nel bene e nel male, dei suoi personaggi. Il parallelo, il paragone che questo film suggerisce (in modo molto misurato, ho detto, senza oltranze retoriche) fra la grande e autentica dignità degli abitanti di Sarroch, con tutta la loro ricchezza anche espressiva (l’uso del dialetto, per esempio), e invece la falsa compostezza, l’eleganza assolutamente costruita e dissimulata dei proprietari, diventa quindi il paragone fra la società dello spettacolo descritta acremente da Guy Debord, e la vita comune, la nuda vita come forse direbbe Agamben, che a volte si trasforma in nuda e terribile morte: in nuda e immeritata morte, bisognerebbe dire, perchè le morti di cui si parla nel film appaiono assolutamente immeritate, crudeli e quasi incomprensibili, e suscitano in noi che lo guardiamo, in noi che non non sapevamo nulla, un moto di orrore e di sdegno. Chi, dopo la visione di Oil, non si sdegna, chi non rimane sconvolto, chi non sente il bisogno di fare qualcosa per cambiare questa intollerabile realtà, forse dovrebbe riflettere e chiedersi se non sia stato oggetto di qualche profonda mutazione: forse il suo DNA è terribilmente degenerato, in modo ben peggiore (ma speriamo altrettanto reversibile) di quello degli abitanti di Sarroch.

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